Al via l’autonomia differenziata. Spoiler alert: è più una battaglia politica che effettiva per i cittadini
Autonomia differenziata, o autonomia farlocca? Una battaglia vinta dalla lega, che senza Zaia rischia però di perdere la guerra in Veneto
Con l’approvazione di ieri in Senato del testo del disegno di legge Calderoli prende il via il cammino istituzionale dell’autonomia differenziata. L’iter non sarà breve e, dopo l’approvazione in senato, il testo andrà alla Camera, dove dopo un percorso di approvazione, potrebbe dover tornare di nuovo al Senato se i deputati introducessero modifiche, prospettiva più che probabile.
L’eventuale approvazione definitiva della legge non darà il via all’autonomia differenziata da un punto di vista pratico. Essa determinerà solo il processo da seguire da parte delle regioni per poter effettivamente richiedere e negoziare con governo e parlamento l’attribuzione di maggiori competenze. E prima che ciò possa accadere dovranno essere definiti i livelli essenziali delle prestazioni (i famosi LEP), i servizi minimi che dovranno essere garantiti ai cittadini in tutto il territorio statale in settori fondamentali, quali ad esempio scuola, trasporti, sanità, e così via. Tali LEP dovranno quindi anche essere finanziati con risorse dello stato, anche se il ddl Calderoli sposta in avanti tale questione.
Da un punto di vista prettamente politico tale approvazione è una vittoria della lega. Che in Veneto rischia però di trasformarsi in una vittoria di Pirro se dovrà rinunciare al terzo mandato di Zaia quale presidente della regione.
Che la battaglia sia prettamente politica lo dimostra anche il ridicolo teatrino visto ieri in senato, con i cori “patriottici” e i tricolori sventolati da sinistra e destra, a fronte dell’unica bandiera di San Marco esposta dalla senatrice leghista Mara Bizzotto.
In termini pratici, in ogni caso, sempre per l’aspetto che più ci riguarda da vicino, se l’iter istituzionale di approvazione dell’autonomia differenziata dovesse realmente andare a buon fine senza particolari intoppi, i suoi primi effetti per i cittadini veneti non potrebbero vedersi prima di qualche anno, forse 3-5 anni nella più ottimistica delle previsioni. Meglio tardi che mai.
Ma quali potranno essere tali effetti pratici?
Servirebbe ovviamente la sfera di cristallo per poterlo prevedere, ma alcune cose si possono dire fin da subito. Innanzi tutto, dato che l’autonomia differenziata è “a costo zero” per lo stato, essi non riguarderanno la quota di residuo fiscale, quei 15-20 miliardi di euro di tasse che ogni anno lo stato centrale preleva in Veneto e che non restituisce al territorio in nessuna forma. La spesa coinvolta sarà da ricercarsi nella quota che oggi viene gestita direttamente dallo stato centrale sul territorio (in Veneto, nel nostro caso). Aumenteranno quindi le risorse fiscali che lo stato centrale trasferirà a regione ed enti locali e diminuirà la parte che esso spenderà sul territorio per finanziare le materie che saranno eventualmente attribuite alle regioni (il Veneto, per quanto ci riguarda). È difficile oggi dire di che cifra si tratterà, ma, così come avevamo previsto ancora molti anni fa, con ogni probabilità per il Veneto difficilmente riguarderà una cifra superiore ad 1-2 miliardi di euro l’anno, cifra compatibile persino con quanto previsto da Svimez, entità sfacciatamente anti-veneta.

Anzi, dato che in ogni caso è previsto un fondo perequativo per finanziare i servizi interessati dall’autonomia differenziata nelle altre regioni, probabilmente esso verrà individuato propria nella quota di residuo fiscale, che sarà destinato a salire nel tempo. Oppure lo stato andrà a diminuire la propria quota di spesa diretta per i propri servizi erogati nel territorio, che parimenti equivale di fatto ad aumentare il residuo fiscale.
Un effetto virtuoso di contenimento della spesa pubblica generale (da parte di stato, regioni ed enti locali) appare inoltre poco probabile, perché se è pur vero che in teoria una sua responsabilizzazione da parte degli enti più vicini al territorio dovrebbe aumentarne l’efficienza, la mancanza della leva di autonomia fiscale vera e propria introdurrà l’effetto perverso che la “mano destra” non sa cosa fa la “mano sinistra”.
Si rischia insomma di trasformare gli enti territoriali in puri spendifici senza alcuna, o pochissima, responsabilità fiscale.
Abbiamo già dimostrato che tale tendenza è già in atto, con l’analisi dei conti pubblici territoriali che hanno visto aumentare sensibilmente il residuo fiscale subito dopo la celebrazione dei referendum per l’autonomia in Veneto e Lombardia, con parziale stop solo durante gli anni della pandemia e ritorno a un trend di crescita subito dopo.

Ciò vale a maggior ragione considerata la tendenza all’insostenibilità debito pubblico italiano testimoniata per l’ennesima volta anche dall’ultimo report dell’Ocse sui conti pubblici italiani pubblicato due giorni fa.
Insomma, l’autonomia differenziata rischia seriamente di trasformarsi in una autonomia farlocca, con buona pace di autonomisti e federalisti che pure oggi a ragione celebrano una vittoria più onorifica che reale.
Plebiscito.eu
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Comment (1)
Wotan
Non puoi venire nessuna autonomia dallo Stato occupante, solo uno scontro diretto per l’indipendenza può portare a risultati in tempi ragionevoli. Lo Stato italiano sa benissimo che il Sud produce un deficit sul PIL del 15% e il Nord un surplus sul PIL del 12% , il saldo è quindi il solito deficit del 3%. Se anche il deficit scenderà all’1% non sarà modificato il furto perpetrato a sfavore delle regioni del Nord. Politicamente siamo messi peggio di 10 anni fa in quanto oggi il Sud ha un suo partito che si chiama M5S, mentre la Lega è ormai un partito ITALIANO ! Servono alcune decine di migliaia di “flexmen” che estendano la loro attività oltre gli autovelox ! “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” … siamo all’inferno !