CATALOGNA, CARLES PUIGDEMONT: “REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA NEL 2017”
Anche la Scozia, dichiara Nicola Sturgeon, scalda nuovamente i motori per un nuovo voto indipendentista per proteggere la propria economia dagli effetti della Brexit
Mentre la Spagna appare sempre più paralizzata da un vuoto di potere che la lascia senza una maggioranza stabile con il governo del premier uscente Mariano Rajoy incaricato di gestire solo gli affari correnti e, salvo colpi di scena, lo spettro di nuove elezioni a Natale, per la terza volta in un anno, la Catalogna accelera verso la propria indipendenza.
È lo stesso presidente catalano Carles Puigdemont infatti a proporre un referendum per l’indipendenza, da convocarsi a fine luglio e celebrarsi a settembre 2017, secondo quanto ha egli stesso dichiarato al Parlamento di Barcellona. Esso si terrà, secondo quanto dichiarato da Puigdemont, indipendentemente dalla volontà di Madrid: se si troverà un accordo tanto meglio, ma altrimenti Barcellona andrà avanti lo stesso, in modo unilaterale.
La mossa catalana si aggiunge a un quadro internazionale che si riscalda nuovamente in chiave indipendentista dopo i grandi movimenti del 2014.
È di pochi giorni infatti la notizia secondo cui anche la Scozia starebbe pensando a un secondo referendum per la propria indipendenza. Ad affermarlo è stato martedì scorso il Prime Minister di Edimburgo e leader del Partito Nazionale Scozzese, Nicola Sturgeon, secondo cui “nessuna opzione sarà tralasciata dalla Scozia e un nuovo voto per l’indipendenza resta un’opzione se le decisioni prese da Westminster danneggeranno l’economia scozzese nelle trattative per la Brexit”.
Plebiscito.eu World News
OCSE: CROLLA DEL 35,77% LA CREAZIONE DI NUOVE IMPRESE IN ITALIA NEL PERIODO 2007-2016
In Veneto muiono oltre 2.000 imprese solo nell’ultimo anno. La piena indipendenza con il progetto moderno di Plebiscito.eu è sempre più urgente

[Venezia, 29 settembre 2016, PLEBISCITO.EU] –Secondo un rapporto pubblicato oggi dall’Ocse sulla imprenditorialità emerge ancora una forte difficoltà dell’Italia che nel 2016 segna un calo del 35,77% nella creazione di imprese rispetto al 2007, nonostante un timido aumento dello 0,28% nel secondo semestre dell’anno rispetto al primo. Solo la Finlandia ha fatto peggio tra i Paesi Ocse rilevati.
In generale, la ripresa post-crisi in attività imprenditoriale rimane molto diversificata tra i Paesi dell’area Ocse, sebbene i nuovi dati pubblicati oggi forniscono timidi segnali di una svolta per alcuni Paesi, con l’andamento dei tassi di creazione d’impresa che punta verso la crescita in diverse economie.
Secondo molti osservatori e in particolare secondo quanto emerge dal Rapporto “Entrepreneurship at a Glance 2016” un rilancio dell’attività imprenditoriale potrebbe contribuire a migliorare la crescita economica e fornire un importante impulso a lungo termine per la produttività, dato il legame positivo tra tassi di start-up e la crescita della produttività.
Il rapporto mostra che la crescita post-crisi in Europa dipende maggiormente dal contributo delle piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano un volano di crescita economica maggiore rispetto ad esempio agli Stati Uniti. I dati rilevati confermano inoltre il fatto che le PMI incontrano maggiori difficoltà rispetto alle grandi imprese nell’ingresso in mercati emergenti.
L’OCSE conferma inoltre che la maggior parte dei Paesi continuano a mostrare ampi divari di genere nei fattori chiave di imprenditorialità, sebbene l’indagine “Future of Business Survey” riveli che, a regime, le donne siano al pari degli uomini nelle loro attività. Gli uomini sono, in media, più propensi a dichiarare che possono accedere ai finanziamenti per avviare il proprio business e che sono formati per farlo.
I divari di genere probabilmente spiegano le differenze anche nei risultati: il 5,1% degli uomini di età compresa tra 15-24 sono lavoratori autonomi, contro il 3,6 per cento delle donne in questa fascia di età, mentre il 29,2% degli uomini occupati di età compresa tra 55 anni sono imprenditori, rispetto al 15,9% delle donne.
In ogni caso, i dati economici di insieme per quanto ci riguarda più da vicino preoccupano ancor più anche alla luce di quanto emerso qualche giorno fa dall’ultimo studio della Fondazione Think Tank Nord Est, secondo cui tra il 2015 e il 2016 il numero complessivo delle attività in Veneto è calato di oltre duemila unità, passando da 438.888 a 436.836 aziende attive. L’unica provincia in positivo quella di Venezia (+263 aziende, +0,4%), maglia nera per Belluno, tutte le altre hanno un segno meno: Belluno -1,1% di aziende tra il 2015 e il 2016, (-166 in totale), Rovigo -1% (-259 aziende), Treviso -0,8% (-686 aziende), Padova -0,7% (-605 aziende), Verona -0,5% (-438 aziende), Vicenza -0,2% (-161 aziende).
Tale quadro drammatico rende ancor più urgente l’accelerazione del progetto di piena indipendenza del Veneto promosso da Plebiscito.eu, dopo la plebiscitaria vittoria dei Sì con l’89,10% nel referendum digitale di indipendenza del 2014.
Ufficio stampa – Plebiscito.eu
PLEBISUL, 1° OTTOBRE 2016: RIO GRANDO DO SUL, PARANÀ E SANTA CATARINA VOGLIONO L’INDIPENDENZA DAL BRASILE
Nel sud del Brasile sabato prossimo 1° ottobre 2016 si tiene un Plebiscito popolare per l’indipendenza di 3 regioni, dove abitano moltissimi veneti: Rio Grando do Sul, Paranà e Santa Catarina.
A Proporlo è il Movimento o Sul é Meu Paìs, coordinato dal suo leader Celso Deucher. L’iniziativa sta riscuotendo un enorme interesse e una notevole copertura mediatica.
Tutte le informazioni sono disponibili nel sito http://plebisul.org/
Si conferma la tendenza inarrestabile che sta facendo emergere movimenti indipendentisti in tutto il mondo, quale espressione di innovazione e capacità di affrontare le sfide della modernità che nascono dalla globalizzazione economica.
Plebiscito.eu World News
STOP AI LADRI, CON L’INDIPENDENZA – 7 OTTOBRE 2016 – MESTRE
Venerdì prossimo 7 ottobre alle ore 20.30, presso il Park Hotel Ai Pini a Mestre in via Miranese 176 si terrà una riunione pubblica di simpatizzanti e attivisti di Plebiscito.eu per la condivisione dello stato dell’arte e della strategia per il progetto moderno di Indipendenza del Veneto che abbiamo lanciato a partire dall’organizzazione e vittoria plebiscitaria del Referendum Digitale del 2014.
L’ingresso è libero previa registrazione attraverso la compilazione del modulo di seguito riportato.
REFERENDUM COSTITUZIONALE ITALIANO E INDIPENDENZA DEL VENETO: COSA CI CONVIENE?
Dissacrare la costituzione italiana può assumere un valore simbolico che ci renderà più semplice l’ottenimento della nostra piena indipendenza
Oggi è stato pubblicato un sondaggio di Demos per l’Osservatorio del nord est che ripropone la questione dell’indipendenza del Veneto. Al di là dei risultati, esso dimostra l’esistenza di gravi problemi irrisolti che attanagliano la nostra Terra.
Essi sono perlopiù dovuti alla permanenza nel sistema italiano, che è in evidente crisi. Proviamo a vederne sinteticamente alcuni aspetti.
Sistema bancario: è al limite del collasso generale, a causa del livello di sofferenze per crediti incagliati, sottocapitalizzazione, eccessivo rischio dovuto all’enorme presenza di investimenti di titoli pubblici italiani praticamente in ogni istituto, con alcuni casi praticamente disperati, o già esplosi, come Mps, o le banche popolari venete. La crisi endemica è aggravata dalla persistenza dell’influenza delle fondazioni e delle consorterie politiche all’interno degli organi direttivi e di influenza delle banche italiane ad ogni livello.
Sistema industriale: non ha saputo adeguarsi alla sfida che proviene dalla sempre maggiore interconnessione di mercati internazionali, dal progresso tecnologico e dall’obsolescenza infrastrutturale. La pur notevole qualità di alcuni settori che poteva vantare fino a qualche decennio fa, è andata via via degradandosi portando alla pressoché totale perdita di quote di mercato, di eccellenza della produzione e di fattori critici per la competizione.
Demografia e sistema previdenziale: pur essendo il bilancio previdenziale veneto tra quelli messi meglio in ambito italiano, la spesa previdenziale e assistenziale è destinata ad assorbire quote sempre maggiori nel prossimo futuro a causa dell’invecchiamento della popolazione. Nel caso veneto, come in quello italiano, a poco serve anche un eventuale riequilibrio da parte di forza lavoro di immigrazione, in quanto il livello di istruzione e qualificazione della stessa è estremamente più degradato rispetto ad altri Paesi europei e dell’area Ocse: il degrado del nostro sistema richiama purtroppo forza lavoro meno competitiva rispetto a sistemi più evoluti.
Sistema politico: criticarlo è un po’ come sparare sulla croce rossa. È imbarazzante provare a trovarne qualche esempio di funzionamento. A nostro avviso è del tutto illusorio pensare di poterlo riformare con tecniche di retrofitting istituzionale, o con semplici ricette parziali, come ad esempio un cambio di legge elettorale, o interventi di riforma di comparti della pubblica amministrazione o della ripartizione di funzioni o poteri dello stato. Il non funzionamento purtroppo è infatti è registrabile solo per gli utenti finali della piattaforma-stato, mentre per chi opera nel back-end dello stesso, ovvero i suoi operatori in ogni comparto, esso funziona perfettamente: forse meglio di qualsiasi altro stato al mondo. Questa discrasia si riassume in un conflitto di interessi insanabile tra élite dirigenti e masse eterodirette. Fanno pertanto sorridere tentativi pur nobili e animati da buona volontà di metter mano a un tumore burocratico in metastasi. Le uniche terapie possibili sono la chemioterapia istituzionale, come ad esempio una cessione di sovranità a organi terzi quali Trojka o altri soggetti internazionali, oppure un’asportazione totale della massa tumorale, che purtroppo ha gravemente compromesso ogni altra componente del sistema a cominciare da ampie fasce di popolazione, spesso sottoistruite, sottoqualificate e sempre più allo sbando.
In tale scenario tra fine novembre e inizio dicembre si terrà il famoso referendum costituzionale italiano che ha destato l’attenzione anche di media e investitori internazionali per gli impatti che potrebbe avere non solo internamente, ma anche a livello europeo e globale.
Ci chiediamo se con il sistema-paese italiano che appare ormai in piena metastasi, un’accelerazione del suo processo di crollo possa aiutare i veneti più che un inutile tentativo di salvare un’isola di potere della sua élite politica regionale.
L’evento si inserisce in un quadro internazionale estremamente critico che vede proprio il vecchio continente e in esso l’Italia nell’occhio di un possibile ciclone, a pochi mesi dalla Brexit. Va detto che le votazioni si terranno dopo l’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti, evento che a sua volta è destinato a influenzare fortemente gli equilibri successivi, per cui oggi risulta sicuramente azzardato fare considerazioni generali senza tener conto di quale sarà la volontà degli elettori americani che potrà emergere.
Per poter dare un giudizio di merito partiamo proprio da tali considerazioni, in quanto ogni scelta locale comporta effetti generali nel quadro globale d’insieme. Ciò fa infatti capire perché gli osservatori internazionali facciano il tifo per la vittoria del Sì nel referendum italiano: agli occhi del mondo tale esito si legge oggi infatti come maggiore stabilità politica futura, grazie alla semplificazione del sistema politico italiano e della sua governance, che oggettivamente qualsiasi straniero giudica come incomprensibile, dati i 63 governi che si sono succeduti in 63 anni.
Sono in molti a confrontarsi oggi su quale debba essere il voto da esprimere nel referendum. La nostra considerazione principale è che esso non cambierà praticamente nulla a livello sostanziale, per quanto riguarda gli effetti sugli utenti finali del sistema politico, popolazione, individui, famiglie, organizzazioni sociali, imprese.
In Veneto molti sono preoccupati perché con una vittoria dei Sì nel referendum, la riforma proposta porterebbe a una diminuzione delle competenze regionali e a un accentramento di funzioni a livello centrale. Indubbiamente da un punto di vista teorico ciò appare come un passo indietro, in chiave indipendentista. In realtà a nostro avviso non cambia assolutamente nulla per il Veneto, poiché gli ambiti di manovra del sistema regionale attuale sono limitati a un puro esercizio amministrativo, che interessa solo alle élite politiche regionali, ma non ai suoi cittadini.
Paradossalmente, la regione Veneto nel corso di questi ultimi 4 decenni da quando esiste e negli ultimi 15 anni in particolare da quando ha visto aumentare le proprie competenze, ha contribuito a rendere più stabile il sistema paese italiano, con una spesa regionale più efficiente rispetto a quella dello stato centrale e anzi contribuendo a generare un surplus finanziario (il residuo fiscale) che fino ad oggi ha salvato finanziariamente l’Italia. Un’eventuale vittoria dei sì aumenterà pertanto la logica perversa del sistema politico italiano portandone l’infausta influenza a livello regionale, eliminando gli effetti positivi della regione Veneto, pur piccoli, essendo un mero centro di spesa e non certo un organo autonomo di governo locale.
Anzi a ben guardare forse una vittoria dei Sì andrebbe a scalfire il concetto di costituzione come libro sacro scolpito nella pietra, simbolicamente andando a diminuire l’importanza anche del tanto decantato art. 5 che viene ostentato dagli italianisti come inutile amuleto contro l’indipendenza del Veneto.
Ci chiediamo pertanto se forse proprio uno sfregio alla costituzione italiana non possa assumere quel valore simbolico che ci renderà più semplice l’ottenimento della nostra piena indipendenza.
Nel dubbio, forse agitarsi troppo per un referendum che tutto sommato come veneti ci riguarda poco non so quale valore aggiunto possa portarci. Lasciamo pure che le varie componenti delle élite a livello centrale e locale si scannino e aspettiamo lungo la riva del fiume che passi il cadavere del sistema-paese italico. Se guardiamo i numeri del disastro tricolore, sembra che non manchi poi molto.
Gianluca Busato


