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Autore: Gianluca Busato

FROM BREXIT TO TRANSATLANTIC SECESSIONS

FROM BREXIT TO TRANSATLANTIC SECESSIONS

29 Giugno 2016 0 Comments in editoriali news

If isolationist politicians like Farage and Trump will succeed, they will involuntarily lead the interconnected global megacities to independence, from London to California and the East Coast

secedeThe political visibility enjoyed by disruptive exponents such as Nigel Farage and Donald Trump is the natural result of some particular problems affecting both the   English and the American middle classes, since their economies have shown to grow up, albeit in different ways.

As in the US, where the benefits resulting from the economic growth are greater in the East and West Coast megacities (to paraphrase Parag Khanna) and lower in the rural areas of the central states, the same paradigm is valid for England, where welfare is higher in London than in the rest of the country. Both the geographical maps for the political results favourable to Brexit and the political consent gathered by Donald Trump do follow this paradigm, which becomes more and more evident as the time goes by.

The interests of mega-cities like London, California amd the East Cost metropolis are different if compared to the interests of the less densely populated areas. This trend will turn out to be extreme in the future to come, bringing the most technologically and professionally educated population groups to move towards the mega cities, increasing the amount of  the less educated and underpaid population living in the central/rural areas. In the past, the European societies tried to repair this delta with the failed socialistic  welfare state (which in Italy has found its maximum expression), carrying out ignorant populism and nationalism that simply ride the discontent of those who do not possess the tools to compete with the rest of the civil world now and tomorrow.

London-SamIf the political representatives of the rising states will be expression of the less developed part of their population, it will be unavoidable that the political communities of the megacities will split up, making themselves independent. This concept is valid as for the US as for England (talking about “Great Britain” seems almost absurd now, considering the remarkable acceleration of Scotland towards its independence after Brexit).

The political interests of all those realities are too different for the self-sufficient populism of Farage or Trump (for example) being able to find out valid compromise solutions.

Moreover, the megacities have the economic, technological and relational tools that will allow them to quickly and easily create an effective path towards their full independence, easily attracting the consent of the political elite, financial and global industry.

This is the same path that Plebiscito.eu is following in a complex framework for Veneto, taking into account every projectual aspect: from the creation of the digital crypto state to the creation of a developed economic and financial architecture based on new systems of private venture capital, just started up with the business community Plebiscito.eu Club.

The present and the coming future are for the interconnected global civilization to live and anyone who will try to obstruct this process with silly and unuseful jumps in the past, will simply isolate himslef from the rest of the world which, on the other hand, will move fast to  independence from the self-sufficient/nationalistics parasites, as in Europe as in any part of the world.

Gianluca Busato
Plebiscito.eu – President

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DALLA BREXIT ALLE SECESSIONI TRANSATLANTICHE

DALLA BREXIT ALLE SECESSIONI TRANSATLANTICHE

28 Giugno 2016 8 Comments in editoriali news

Se gli autarchici Farage e Trump vinceranno, porteranno all’indipendenza delle megacittà globali interconnesse, da Londra, all’East Coast, alla California.

London-SamLa visibilità politica di cui godono dirompenti esponenti come Nigel Farage e Donald Trump sono il naturale risultato di alcuni particolari problemi di cui soffrono la classe media inglese e americana nel momento in cui le rispettive economie hanno dimostrato di crescere, seppure in modalità molto diverse tra loro.

Così come negli USA i benefici della crescita economica sono maggiori nelle megacittà dell’east e della west coast (per parafrasare Parag Khanna) e minori sono i benefici nelle aree rurali degli stati centrali, lo stesso paradigma può essere visto in Inghilterra, dove Londra gode di maggiore benessere rispetto al resto del Paese. Le mappe geografiche dei risultati elettorali a favore della Brexit e il consenso registrato da Donald Trump ricalcano tale paradigma sempre più evidente.

Gli interessi delle megacittà come Londra, East-Coast e California sono sempre più divergenti rispetto alle aree meno densamente abitate e questo nel futuro sarà sempre più esasperato, portando le fasce di popolazione più tecnologicamente e professionalmente istruite a muoversi verso le prime, aumentando la quantità di popolazione sottopagata e sottoistruita nelle seconde. Nelle società europee fino a ieri si rispondeva a tale delta con l’assistenzialismo socialisteggiante, che in Italia ha trovato la propria massima espressione e che oggi è diventato economicamente impossibile, lasciando spazio ai populismi e ai nazionalismi ignoranti e passatisti che semplicemente cavalcano il malcontento di chi non possiede gli strumenti per competere con il resto del mondo nel presente e ancor meno nel futuro.

Se le rappresentanze politiche degli stati che emergeranno saranno espressione della parte meno evoluta, sarà inevitabile che le comunità politiche delle megacittà si dividano, rendendosi indipendenti tanto negli Stati Uniti d’America, quanto in Inghilterra (parlare di Gran Bretagna ormai pare quasi assurdo, considerando la notevole accelerazione della Scozia verso l’indipendenza dopo la Brexit).

Gli interessi politici di tali realtà sono troppo divergenti infatti per trovare una soluzione di compromesso che possa essere rappresentata dal populismo autarchico alla Farage o alla Trump.

Inoltre le megacittà dispongono degli strumenti economici, tecnologici e relazionali che gli permetteranno rapidamente e facilmente di crearsi un percorso fattivo verso la piena indipendenza, ottenendo con estrema facilità il consenso delle élite politiche, finanziarie e industriali globali.

Questo è il medesimo percorso che Plebiscito.eu sta tracciando, in un quadro complesso che tiene conto di ogni aspetto progettuale, dalla creazione del criptostato digitale, alla realizzazione di una più evoluta architettura economico-finanziaria basata su nuovi sistemi di capitali privati di venture capital, iniziata con la business community di Plebiscito.eu Club.

Il futuro è la civiltà globale interconnessa e chiunque tenti di esorcizzarla con salti nel passato semplicemente si isolerà dal resto del mondo che si renderà indipendente dai parassiti autarchici nazionalistici, tanto in Europa quanto in ogni altra parte del mondo.

Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu

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PLEBISCITO.CLUB: ON LINE IL SITO INTERNET DELLA BUSINESS COMMUNITY VENETA

PLEBISCITO.CLUB: ON LINE IL SITO INTERNET DELLA BUSINESS COMMUNITY VENETA

28 Giugno 2016 2 Comments in editoriali news

plebiscito rettangolo nero

Proprio nel giorno che ha simboleggiato i grandi cambiamenti macroeconomici e geopolitici in corso, venerdì 23 giugno scorso, è stato pubblicato il nuovo sito internet di Plebiscito.eu Club, raggiungibile all’indirizzo www.plebiscito.club.

Esso è uno strumento di straordinaria importanza per le attività della Business Community Veneta e di informazione per tutti coloro che intendono aderirvi.

Plebiscito.eu Club ha creato una rete di relazioni privilegiate e di carattere riservato per la creazione di progetti economici e per il coinvolgimento in opportunità imprenditoriali e di lavoro di portata internazionale.

world (1)Il Club è il luogo ideale di prima valutazione di progetti di business, che abbiano caratteristiche di innovazione e redditività adeguate. Dopo una prima analisi congiunta con l’imprenditore, o il gruppo di imprenditori, il Club, tramite i propri organi valutativi, effettua la propria libera scelta su quali iniziative ritiene meritorio promuovere fattivamente.

In tal caso, il Club attiva gli altri soggetti del proprio network strategico di partnership e relazioni per favorirne le fasi attuative. I progetti esaminati possono essere proposti direttamente da soci del Club, o tramite imprenditori che siano referenziati direttamente da soci del Club.

I soci stessi, grazie all’accesso al network del Club, possono quindi investire nei progetti nella modalità preferita.

Nel momento in cui tutto pare crollare, in realtà se ti sei preparato potrai cogliere le opportunità più straordinarie che nascono dai grandi cambiamenti che stanno per prendere forma.

Club PLEBISCITO.eu

I veneti e non solo, nel momento in cui appare evidente tutta la debolezza del sistema bancario e più in generale economico-finanziario italiano, finalmente hanno a propria disposizione lo strumento ideale per permettere a imprenditori e investitori di uscire da questa grave situazione economica, con ricadute benefiche per tutto il tessuto sociale: la nostra comunità di business che ci permetterà di dare vita a un modello economico che sappia coniugare innovazione, competenza, professionalità ed etica degli affari.

Possono diventare Soci tutti coloro che trovano il proprio interesse nelle attività dell’Associazione.

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ALLARGAMENTO INTERNO DELL’UE A NUOVI STATI INDIPENDENTI O BALCANIZZAZIONE D’EUROPA

27 Giugno 2016 5 Comments in editoriali news

La storia bussa alla porta del Vecchio Continente: saprà fare le scelte giuste un secolo dopo?

Abbiamo volutamente lasciato passare qualche ora per non accodarci al panico e all’ansia generali che sono seguite alla Brexit, evento che ha cambiato in modo plastico gli assetti macroeconomici e geopolitici europei e mondiali. Una sorta di isteria collettiva ha infatti caratterizzato le reazioni di molta di classe dirigente in tutt’Europa, di fronte a un evento che d’altro canto aveva enormi possibilità di verificarsi e che doveva essere ampiamente previsto.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, l’unico leader ad essersi dimostrato tale finora è il First Minister di Scozia, Nicola Sturgeon: non si è dimessa, non si è rimangiata la propria parola, non è stata passivamente a guardare, ha saputo tutelare al massimo gli interessi del proprio Popolo e nel contempo ha saputo imporsi per creare le condizioni migliori per una stabilizzazione della situazione generale, riaprendo la causa dell’indipendenza della Scozia, guadagnando la simpatia internazionale, favorendo l’autodeterminazione dei Popoli in tutta Europa e suggerendo alla stessa Unione Europea l’unico approccio utile per difendersi dai nazionalismi che evocano gli spettri del passato.

La questione britannica è solo la prima sfida infatti per l’Europa, già si stanno affilando le armi per le prossime battaglie, che saranno in tal caso ancora più dilanianti. Come si comporteranno infatti i leader della UE, quando nei prossimi mesi, o settimane, si dovrà infatti metter mano alla voragine economico-finanziaria italiana che si appresta ad essere aggravata da una prevedibile speculazione che la potrà vedere oggetto da qui a poco?

Anche in questo caso emergerà una probabile differenza di risposta tra l’Italia nel suo complesso e il Veneto e, probabilmente, anche la Lombardia. Se la Gran Bretagna infatti può pensare, forse in modo astratto, di poter fare a meno dell’Europa, facendo leva su quanto resta della propria rete di relazioni ex-imperiali del Commonwealth, l’Italia non ha propria alcuna possibilità di ricavarsi alcuno spazio economico proprio isolandosi dai mercati globali. Né di sicuro esiste alcuna possibilità che uno stato elefantiaco di tal fatta possa recitare la parte della Svizzera, o di Singapore. Le resta pertanto solo la possibilità di convincere l’Europa e l’FMI ad assisterla finanziariamente in cambio di una qualche servitù e di promesse di riforme radicali che noi veneti sappiamo bene essere impossibili per profonde e storiche ragioni culturali e politiche. Oppure mestamente, ma a questo anche con ragionevoli tassi di probabilità, uscire a sua volta dall’Unione Europea. Il fantasma della disgregazione europea, come previsto da Soros, si sta realmente affacciando sul suolo del vecchio continente.

Come prevenirlo? Oggi i leader della UE faranno appelli all’unità di chi rimane. Perché tale unità abbia ancora un senso si deve avere il coraggio di allargarla internamente ai nuovi stati come Scozia, Catalogna e Veneto, che possano contribuirvi con maggiori responsabilità e buon senso che possono apportare solo Paesi che approdano alla libertà dopo aver patito una terribile oppressione burocratica, economica e culturale.

Se invece l’Unione Europea deciderà di scegliere la strada di un nuovo socialismo a danno di chi produce, a quel punto nulla potrà fermare la balcanizzazione d’Europa. E, per quanto ci riguarda, Venezia e il Veneto e tutta l’area dell’Alto Adriatico a quel punto non avranno più altra scelta che essere una nuova Singapore.

Un secolo fa il Vecchio Continente si trovava di fronte a nodi della storia da risolvere e non seppe fare le scelte giuste: questa volta sapremo essere più saggi?

Gianluca Busato – Plebiscito.eu

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L’INDEPENDENT: “PERCHÉ L’ECONOMIA ITALIANA È VICINA AL COLLASSO”

L’INDEPENDENT: “PERCHÉ L’ECONOMIA ITALIANA È VICINA AL COLLASSO”

22 Giugno 2016 9 Comments in editoriali news

Un’economia contratta, sistemi bancari inadeguati, un settore pubblico congestionato e la corruzione dilagante indicano chiaramente che l’Italia si trova ad affrontare un futuro travagliato.

banche-crisiRiportiamo di seguito la traduzione di un articolo pubblicato ieri sull’Independent, che riporta un ritratto impietoso quanto esaustivo sul drammatico stato in cui versa l’economia italiana.

Ora che il Movimento Cinque Stelle è rappresentato anche dal sindaco di Roma, il primo ministro italiano Matteo Renzi probabilmente potrebbe capire cosa voleva dire Benito Mussolini quando affermava: “Governare gli italiani non è impossibile, è semplicemente inutile”. I tentativi di riforma di Renzi non hanno dato il risultato sperato.

L’economia in Italia si è ridotta di circa il 10 per cento dal 2007, mentre il paese ha sopportato una tripla recessione. La capacità produttiva è regredita ai livelli di oltre un decennio fa. La disoccupazione complessiva è di circa 12-13 per cento, con la disoccupazione giovanile intorno al 40 per cento. Consumi ed investimenti sono inconsistenti.

Il danno è a lungo termine: con ben il 15 per cento della capacità industriale italiana distrutta, crollano di conseguenza l’occupazione e il potenziale di crescita. Le piccole-medie imprese sono sempre state il punto di forza dell’economia italiana, ora invece hanno subito una contrazione a causa della scarsità di vendite, della redditività in calo e della mancanza di finanziamenti.

L’Italia ha un avanzo commerciale del 1,9 per cento, invertendo un certo numero di anni di deficit. La variazione riflette il deterioramento dell’economia italiana piuttosto che un cambiamento nella sua posizione commerciale

I problemi del sistema bancario hanno aggravato la contrazione. Le banche italiane hanno una sofferenza di circa 150-200 miliardi di € di crediti inesigibili o dubbi, situazione che ha rivelato l’esistenza di capitale e riserve inadeguati. A differenza delle controparti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, le banche italiane non hanno voluto o non hanno potuto attrezzarsi per affrontare il problema qualitativo delle risorse. Il più recente tentativo (dal nome altisonante Atlante) è sotto-finanziato e mal concepito, capace solamente di di sostenere alcune banche più deboli e poco più,  a scapito delle imprese più solide.

Ciò ha limitato la fornitura di credito all’economia. Le grandi aziende possono utilizzare i capitali dei mercati per finanziarsi ma questa opzione è meno raggiungibile per le piccole e medie imprese che sono invece cruciali per l’occupazione e l’attività. La mancanza di disponibilità di credito, combinata alla deformazione della struttura industriale, costituirà il limite per qualsiasi possibilità di recupero in Italia.

Il debito totale dell’economia reale (governo, famiglie e imprese) è di circa il 259 per cento del PIL, in crescita del 55 per cento dal 2007. Questa è una sottostima delle passività reali, in quanto non tiene conto degli obblighi pensionistici e sanitari non finanziati. Il debito delle famiglie è basso, rispetto a quanto si riscontra in altri stati vicini e concorrenti. Gli investimenti internazionali netti a riguardo sono del -32 per cento del PIL, livello superiore a quello della Spagna (-92 per cento) e del Portogallo (-100 per cento).

Nonostante il suo impegno per la riforma fiscale, l’Italia ha un deficit di bilancio corrente del 3 per cento. Il debito pubblico è di 2.4 migliaia di miliardi di dollari, circa il 140 per cento del PIL. Lo stato italiano paga i suoi fornitori in costante ritardo, in un gioco delle tre carte elaborato per abbassare i livelli di debito complessivo dell’Italia e placare l’UE e gli investitori. Vi è una cifra stimata di 160 miliardi di dollari di tasse non riscosse ogni anno, il terzo tasso più alto in Europa occidentale.

Se la crisi del debito dell’Euro-zona è stata un fattore, i problemi più critici dell’Italia sono nell’economia che é cresciuta troppo poco dopo l’introduzione dell’euro nel 1999.

I mercati del lavoro, eredità del potere del Partito comunista italiano radicato sin dal dopoguerra, sono estremamente rigidi, con alti costi del lavoro e molteplici ostacoli alle fasi di assunzione e licenziamento dei lavoratori. Uno schema di governo di lungo corso impone allo Stato di pagare i lavoratori licenziati fino all’80 per cento del loro stipendio normale, mentre il loro datore di lavoro ristruttura l’azienda. Inoltre, anche i miglioramenti della produttività sono lenti a manifestarsi.

L’economia in Italia è sempre più sbilanciata verso i produttori di fascia alta, come ad esempio quelli di prodotti di lusso e di manifattura avanzata, i quali beneficiano della domanda proveniente dai mercati emergenti. Altri settori, come ad esempio quello delle automobili standard, degli elettrodomestici e dei tessuti/indumenti a basso prezzo hanno trovato difficoltà a competere con la concorrenza dei produttori aventi sede proprio in quegli stessi mercati attualmente emergenti.

Il crollo del mercato degli elettrodomestici o degli indumenti incarnano perfettamente il declino economico in Italia. Nel 2007, l’Italia, una volta leader mondiale nel settore, ha prodotto 24 milioni di elettrodomestici. Nel 2012, questo livello è sceso a 13 milioni. La produzione di lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e cucine è scesa rispettivamente del 52 per cento, 59 per cento, 55 per cento e 75 per cento. I costruttori italiani hanno spostato la produzione in paesi a basso costo, con conseguenti grandi perdite di posti di lavoro. Questi sviluppi hanno aumentato il divario tra il Nord industrializzato ed il Mezzogiorno, il termine tradizionale per riferirsi alle regioni meridionali, il quale compete con le economie emergenti in settori sensibili al prezzo.

Ci sono altri problemi strutturali. Negli studi della Banca Mondiale, l’Italia si posiziona 65esima su 189 paesi per la facilità di fare affari. Infrastrutture risalenti al secondo dopoguerra hanno bisogno di rinnovamento, poiché in quanto inadeguate rallentano le principali economie. I costi energetici sono elevati: l’Italia spende meno del 5 per cento del PIL per l’istruzione, a fronte di una spesa media del 6,3 per cento in tutta l’OCSE. Nella fascia di età compresa tra 25 e anni 34, coloro i quali hanno completato gli studi superiori sono il 21 per cento, a fronte di una media del 39 per cento in tutta l’OCSE.

L’elefantiaco settore pubblico italiano e la sua burocrazia sono leggendari. Il gettito fiscale e altri ricavi sono pari a circa il 46 per cento del PIL. Secondo la Banca Mondiale, l’effettivo onere fiscale delle imprese italiane è di circa il 65 per cento. La media europea è di circa il 41 per cento, con solo la Francia (64 per cento e la Spagna (58 per cento), in una simile gamma. La Svizzera e la Croazia, entrambe situate vicino all’ Italia hanno tassi d’imposta rispettivamente del 29 per cento e del 20 per cento. Ciò devia gli investimenti lontano dall’ Italia. Ogni anno, l’Italia promulga circa 100 nuove leggi fiscali per le attività commerciali.

La dimensione del libro paga governo non si sposa con la qualità dei servizi pubblici erogati. L’ esecuzione di un contratto dura circa tre anni rispetto a una media OCSE di 18 mesi. Le cause civili in Italia richiedono più di otto anni per essere chiuse, in Germania meno di tre anni.

Il Business italiano non è molto migliore: dominato da un gruppo di imprese monopolistiche o oligopolistiche ben collegate fra loro (che, citando l’autore Alan Friedman “si auto-congratulano e si auto-alimentano”), dinastie e saloni, storicamente focalizzate attorno a figure come Gianni Agnelli di Fiat e Enrico Cuccia, fondatore di Medio Banca. Complesse partecipazioni aziendali incrociate assicurano che la sorveglianza esterna sia minima ed una molto elevata resistenza al cambiamento.

Transparency International colloca l’Italia 69esima su 175 paesi nei livelli percepiti di corruzione pubblica, paragonandola a Romania, Grecia e Bulgaria. Anche l’indicatore della Banca Mondiale per il controllo della corruzione e del World Economic Forum colloca l’Italia in modo negativo su parametri relativi all’etica ed alla corruzione. Il Fondo monetario internazionale ritiene che la corruzione italiana sia un problema serio. Un certo numero di figure aziendali italiane di spicco si trovano ad affrontare continue accuse di appropriazione indebita e procedimenti per violazione delle norme, mettendo in evidenza la portata del problema.

Il costo della corruzione, sotto forma di aumento dei costi con conseguenti perdite economiche, è stato stimato dalla Corte dei conti italiana in circa 60 miliardi di € l’anno, corrispondenti al 4 per cento del PIL del paese. Inoltre, la corruzione genera propri incentivi economici che riducono la produttività potenziale, gli investimenti ed infine la crescita, senza la quale i problemi del debito in Italia minacciano di sopraffare la nazione.

Nonostante il peso di problemi, il desiderio di cambiamento è limitato. Gli italiani preferiscono i “pannicelli caldi”, cioè i piccoli rattoppi. Le riforme radicali sono per gli Anglosassoni o i Teutonici, non per gli italiani.

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