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Categoria: editoriali

CI SONO MOMENTI IN CUI ANCHE UN VOLONTARIO DI PLEBISCITO.EU …

CI SONO MOMENTI IN CUI ANCHE UN VOLONTARIO DI PLEBISCITO.EU …

21 Agosto 2014 46 Comments in editoriali news

aiutoCi sono momenti in cui anche un volontario di Plebiscito.eu si ferma un attimo ad analizzare la sua situazione, momenti in cui si chiede perché lo sta facendo: oggi, per me, è uno di questi momenti. Di solito questi attimi sopraggiungono quando, sconfortato, si pensa ai commenti indisposti delle persone che non sanno cosa tu stia facendo di concreto, assieme agli altri volontari, e quanto impegno porta via il realizzarlo.

Oggi lo voglio spiegare, oggi voglio far capire chi sono e che cosa fanno i volontari di Plebiscito.eu; soprattutto, lo voglio spiegare a quanti, sprezzanti del loro ego e della loro convinzione di superiorità, criticano tutto e tutti senza avere la minima idea di quanti e quali persone stanno dietro a questo progetto e di cosa comporta tale assunzione di responsabilità.

Il concetto è abbastanza semplice: in parole povere, ma allo stesso tempo più che esaustive, i volontari di Plebiscito.eu sono persone; per la maggior parte, almeno credo, Veneti di nascita, in altri casi Veneti di adozione. Quindi, in sintesi, i volontari di Plebiscito.eu sono Veneti.

Sono in tutto e per tutto persone come le altre: hanno famiglia, amici, problemi, emozioni, giornate buone e giornate storte; alcuni hanno figli piccoli, altri non hanno un compagno o una compagna; ci sono dipendenti, professionisti, studenti e pensionati; e ci sono anche disoccupati o imprenditori che hanno dovuto chiudere l’attività: insomma, ci sono Veneti.

Per quanto mi riguarda, sono una persona normalissima (o almeno credo): sono un dipendente in una azienda che sviluppa software, sono sposato, ho un appartamento ed un mutuo; mia moglie è una delle tante che non riesce a trovare lavoro dopo la gravidanza; ho un gatto ed una figlia piccola che sta mettendo i denti e non ci fa dormire tanto di notte.

Per Plebiscito.eu sono il coordinatore dell’area del sandonatese, più qualche altro piccolo ruolo che per il momento non mi da troppi pensieri. Il mio lavoro da dipendente fa si che possa dedicare a Plebiscito.eu solo il tempo delle pause (al posto del caffè); per il resto, impiego il mio tempo libero (e qualche volta i permessi o le ferie, se ci sono periodi molti impegnativi). Devo conciliare questa assunzione di responsabilità con il tempo da dedicare a mia moglie ed alla mia piccolina; ogni tanto riesco a vedere gli amici e ad intervalli regolari i parenti.

Ho fatto una piccola donazione, in base alle mie possibilità, senza mettere in conto i Km fatti per partecipare ai coordinamenti, alle serate informative ed alle manifestazioni, dove mi improvviso anche componente della sicurezza. Ho consegnato le buste per il referendum (talvolta assieme a mia moglie ed a mia figlia), ho organizzato un paio di serate informative e distribuito parecchi volantini.

E, se posso essere modesto, al confronto di altri volontari non ho fatto molto. Ci sono volontari che hanno investito molto più tempo, molti più soldi e molto più impegno di me; persone che lo fanno da prima che fosse fondato Plebiscito.eu, persone che alcune volte ci hanno rimesso anche affetti personali.

Ora voglio spronare chi legge: abbiamo bisogno di aiuto; il supporto verbale o spirituale ci aiuta, ma non ci basta: ci serve aiuto materiale e fisico. Noi ci mettiamo tutto l’impegno possibile: ma non è pensabile che tutto il popolo Veneto ci deleghi questa responsabilità. Il momento è difficile per tutti, e tutti quanti abbiamo degli impegni molto importanti; però, siamo tutti sulla stessa barca e per arrivare a riva prima che questa affondi dobbiamo remare tutti assieme: ci servono altri aiutanti, ci serve lavoro fisico. Abbiamo bisogno di persone che parlino con i disinformati, di audaci passeggiatori che distribuiscano volantini, di volontari che ci aiutino ad organizzare le serate informative. Abbiamo bisogno di voi: qualsiasi cosa siate in grado di fare, ogni aiuto è ben accetto.

Inoltre, per quanti non vogliano esporsi, c’è la possibilità di fornire aiuto materiale: la stampa dei volantini, dei manifesti, l’affitto delle sale, la pubblicità, costano; se avete paura di farvi vedere attivisti, per lo meno aiutateci economicamente: non serve indebitarsi, non servono cifre enormi. Per chi può, rinunciate ad una pizza, cambiate lo smartphone ogni quattro anni invece di ogni due, accontentatevi del televisore che avete (tanto in quelli di ultimissima generazione fanno vedere le stesse stupidaggini che in quelli di nuova generazione). Oppure, semplicemente, compratevi un gadget che potete regalare ad una persona che ancora non è convinta della bontà della causa: sarà felice di riceverlo, e magari sarà un po’ meno scettica.

E se proprio non potete aiutarci in alcun modo, vi chiediamo un piacere: per lo meno, non criticateci; non offendeteci; e soprattutto, non dite che facciamo tutto questo per un tornaconto personale: l’unico motivo per il quale lo facciamo è perché ci crediamo, perché vogliamo ardentemente che il Veneto torni indipendente. I suggerimenti concreti sono ben accetti, le critiche costruttive anche, ma evitate le critiche fini a se stesse: non ci servono, non ci aiutano, non ne abbiamo bisogno.

Ecco, questi sono i nostri momenti cruciali, quelli che ci fanno riflettere… Ma attenzione, i momenti passano e la determinazione torna più forte e decisa di prima; perciò, anche a chi non vede l’ora di attaccarci per indurci a smettere facciamo sapere che aspetterà invano!

Michele De Vecchi
Coordinatore area Sandonatese / Litorale – Plebiscito.eu

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IL MIRAGGIO DELL’AUTORITÀ LEGITTIMA

IL MIRAGGIO DELL’AUTORITÀ LEGITTIMA

19 Agosto 2014 41 Comments in editoriali news

authorityIl titolo, preso a prestito dall’omonima opera (1986) di Ruggero Meneghelli, affronta un tema alquanto delicato, atteso che il confronto tra istanze di autodeterminazione ed autorità statale deve necessariamente trovare una collocazione nel diritto.

L’autore citato, nelle premesse del suo lavoro, afferma che “vivere nelle istituzioni è una necessità alla quale, nonostante tutti i dogmi e gli artifici, solo l’orgoglio e l’accidia possono, con suggestioni diverse, darci l’illusione di poterci sottrarre”.

La riflessione di Meneghelli parte dalla convinzione che, da che mondo è mondo, il potere ha sempre innamorato di sé gli uomini sino a farli andare fuori di senno, e forse proprio per evitare ciò si è fatto ricorso al mito dell’età dell’oro (Gouden Eeuw, per gli olandesi, ed oggi, forse, la Repubblica di Venezia) anche se il potere, come elemento costitutivo della vita organizzata, è rimasto inalterato.

Per l’autore il desiderio di potere nasce dall’egoismo, l’egoismo dalla paura e l’invidia è il segno più tangibile dell’egoismo.

Poiché la legge dell’egoismo è quella di dominare sulle cose (come nel caso dell’avaro) sugli eventi (come nel caso dell’avventuriero) o sulle persone (come nel caso dell’invidioso e del prepotente) sorge la necessità assoluta di emergere e divenire qualcuno d’importante (il successo).

Il lavoro vale se procura successo, notorietà e ricchezza; solo se da la possibilità, in un modo o nell’altro di dominare.

Per molti la politica è il sogno dei sogni perché offre mille occasioni di guadagno e dominio.

Il potere trova quindi la propria origine nell’amore di sé, che stimola la vita e l’azione dell’uomo, come reazione alla paura.

Si differenziano pertanto la figura dell’uomo morale, il quale se non riesce a compiere l’opera buona prevista, non s’inquieta e non smania, da quella dell’uomo politico, il quale non sa che farsene delle buone intenzioni, il suo unico scopo è il successo.

Come gli individui nella loro vita privata desiderano un’assicurazione sul futuro (ad esempio, la proprietà di una casa risponde a tale esigenza, pertanto la tassazione e sottrazione di questo bene corrisponde in definitiva a negare un futuro) il potere vuole che il suo dominio duri nel tempo.

Il potere, sia prima, sia durante, sia dopo essersi istituzionalizzato, dominio era e dominio rimane.

Il potere istituzionalizzato o meno che sia, non può perseguire altro fine che il proprio rafforzamento, accordando libertà e giustizia solo per fini di opportunità politica. La divergenza tra essere ed apparire per il potere è fondamentale.

La razionalizzazione che gli si attribuisce è solo apparente, legata all’opportunità di apparire giusto; infatti, là dove regna la razionalità e la giustizia, il potere diventa inutile.

Per l’autore, le espressioni forza giusta o coercizione legittima sono un controsenso: se fosse giusta, la forza avrebbe l’obbligo di seguire le vie e leggi della giustizia e finirebbe, proprio per questa ragione, per non essere più forza.

L’autore critica l’attribuzione di legittimità al potere che deriva dal consenso esplicito o tacito, in quanto, perché questo consenso sia effettivo, occorre sciogliere prima il dilemma che attiene l’esistenza di un diritto del potere a farsi obbedire.

Se si ritiene che il valore dell’autorità sia primario rispetto a quello della libertà e che all’individuo sia consentito aderire o meno (pur ritenendo il Meneghelli la concreta possibilità di sottrarsi al potere quasi nulla) il consenso sarà subordinato al diritto del potere ad essere obbedito.

Se si ritiene che il valore della libertà, sia individuale che in forma associata, sia primario sul valore dell’autorità, non esiste un diritto insindacabile del potere ad essere obbedito.

Questa riflessione portò alcuni autori, fedeli al superiore principio di diritto naturale della libertà dell’uomo, a sviluppare la teoria del contratto sociale che legittima per consenso l’autorità riconosciuta.

Il Meneghelli esprime critiche alla teoria contrattualistica, ravvisando la mancanza di una vera alternativa dell’individuo a sottrarsi all’esercizio del potere da parte della società, riconducendo la condizione del cittadino e dello schiavo che obbedisce alle leggi che gli vengono imposte, più che alla parola consenso, al quella di abitudine.

Purtroppo, in una sorte di Sindrome di Stoccolma, anche il potere esercitato con prevaricazione assoluta arriva ad ottenere legittimazione per consenso-abitudine dalle proprie vittime.

Per un uomo abituato fin dalla nascita ad obbedire non esiste il problema della scelta tra sottomissione o non sottomissione, ma solo la realtà dell’abitudine all’obbedienza.

Se il potere è forza e coercizione, sottostare ad esso, da parte di chi ha bisogno del suo ordine e della sua pace, è necessità, non obbligo.

Per il Meneghelli, il cittadino non ha una vera scelta, poiché l’esilio è un lusso riservato a pochi eletti per censo e cultura.

Quindi, se la legittimazione al potere non viene conferita dalla ragione o volontà consensuale, occorre trovare un’altra fonte, che l’autore individua nell’immaginazione.

Infatti, il potere nel passato ha trovato la propria ispirazione da discendenza eroica o divina, ovvero con mirabile ingegno col proclamarsi figlio e servo della giustizia: figlio perché formatosi dopo la vittoria di una guerra o causa giusta, servo perché a suo dire non avrebbe altro scopo che attuare la giustizia.

Per il Meneghelli, il capolavoro di tale opera d’immaginazione è la solenne proclamazione della sovranità popolare, che egli ritiene un vero e proprio mito moderno.

Scrive infatti: “A parte il fatto che che non si capisce bene perché il popolo, insignito d’un così invidiabile titolo, sia, per ragioni pratiche, costretto a rinunziare sistematicamente al diretto esercizio di esso, è a tutti noto il fatto che, attraverso il voto, tutto il popolo sovrano riesce ad ottenere fuorché l’esercizio delegato della sovranità”.

Sarebbe interessante chiedere oggi all’autore un’opinione, alla luce delle incredibili traversie che deve affrontare l’istituto del referendum popolare ovvero la conclamata realtà di un Parlamento di delegati che tutto fanno fuorché esercitare legittimamente la delega popolare ricevuta.

Il Meneghelli, constatato che il potere non trova giustificazione nella razionalità ma forse nel ben più vago mondo della immaginazione, individua una ragione concreta d’esistenza nella necessità: del potere gli uomini non possono farne a meno.

La vita sociale organizzata è pertanto ridotta all’osso a due elementi: la volontà di dominio e una necessità di sottomissione.

Per l’autore la qualifica di autorità legittima che la dogmatica giuridica attribuisce al potere effettivo poggia su questo miraggio che, come tale, diviene dogma cioè una verità che non si può e non si deve discutere se sia o meno vera, ma che per ragioni pratiche, si deve accettare.

Questo aspetto dogmatico si estende alla validità giuridica della singola norma.

Secondo la dogmatica tradizionale una norma è valida se posta in essere secondo il procedimento formale previsto dalla costituzione. Si tratta e si parla di validità formale, la cui principale conseguenza è l’obbligatorietà.

Per il Kelsen infatti, la validità formale d’una norma significa esistenza all’interno di un ordinamento e, affermare che la stessa esiste, significa affermare che esiste un obbligo di rispettarla.

Il Meneghelli affronta invece il problema della validità della norma partendo da quello dell’effettività che considera sinonimo di probabilità di futura osservanza ed applicazione.

Pertanto analogamente al potere, ritiene che se una norma cessasse di essere effettiva, perderebbe di per sé la sua legittimità e validità.

I dogmi non sono appannaggio esclusivo delle istituzioni ecclesiastiche, esistono anche nelle istituzioni politiche; nelle prime il compito è affidato ai chierici, nelle secondo agli ideologi e giuristi.

Il Meneghelli si distacca pertanto dalla posizione espressa da Bobbio (1985) che definisce il concetto di rappresentanza popolare “la vera rivoluzione copernicana nella storia dell’evoluzione dei rapporti tra governanti e governati”.

Presupposto del cambiamento è la scoperta e l’affermazione dei diritti naturali dell’individuo perché, se sono, come affermano i giusnaturalisti del Settecento, i diritti che ogni individuo ha per natura e che non possono essere tolti, essi implicano l’uguaglianza naturale di tutti gli uomini.

Una volta poi che i diritti naturali sono proclamati in termini universalistici, diventa logicamente difficile fissare i limiti alla partecipazione e decisione politica, nella misura in cui la legittimità dello Stato è fondata sulla sovranità popolare, intesa come il consenso dei cittadini con il fine di difendere i loro diritti naturali.

Letto questo, le rigidità sull’interpretazione delle norme costituzionali (come l’affermazione dogmatica che la nostra Costituzione è la più bella del mondo ed immutabile) sono viste più come un segno d’incapacità, a dare una reale giustificazione al potere conferito ad alcuni soggetti “costituzionalmente rilevanti”, che per una ideale corrispondenza al diritto di legittimazione popolare.

Ne segue la deduzione che ogni norma limitativa del diritto di consultazione popolare (ad esempio quelle sul referendum) costituisce compressione illegittima del diritto naturale dell’individuo, singolo od associato.

Per questa ragione logica, mi permetto di considerare superata la nozione di autodeterminazione remediale (diritto alla secessione solo in presenza di gravi torti od occupazione esterna) considerando logica applicazione, dell’oramai raggiunto riconoscimento universale dei diritti naturali dell’uomo, l’accettazione di un vero e proprio diritto soggettivo dei popoli alla decisione del proprio destino.

Certo, come dice il Meneghelli, per ragioni di necessità il potere può negare la sovranità popolare, ponendosi al di fuori dell’espressione razìonale del consenso e rifugiandosi nel mito ad esempio della discendenza eroica (più il potere s’indebolisce, più cresce il suo culto nazionalistico) ma questo lo pone al di fuori di ogni legittimità in forza dei diritti naturali dell’uomo.

Tuttavia, poiché come dice il Meneghelli, il potere aspira fortissimamente alla propria sopravvivenza nel tempo, una decisione così innaturale è lasciata ad uomini che abbiano grande statura morale più che politica (di Cincinnato ne è nato uno solo in Italia).

Varrebbe la pena ricordarselo alle prossime elezioni.

Avv. Franco Correzzola

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LA FORMAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE

LA FORMAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE

18 Agosto 2014 6 Comments in editoriali news

societa-civileCome anticipato continuo la serie di scritti, tratti per sintesi dalle opere di Allum, il cui scopo dichiarato non è insegnare (non avrei titoli) ma incuriosire il lettore.

Per chi come me crede che la libertà individuale si esprima proporzionalmente al proprio livello di coscienza e conoscenza, spostare la discussione sul piano teorico non è indifferente.

All’inizio di un nuovo cammino ci sono sempre due possibilità: si procede per tentativi in proprio oppure si guarda all’esperienza e riflessioni di chi ci ha preceduto. La prima soluzione è spesso dolorosa.

La strutturazione della società civile è il risultato delle lotte di successive generazioni di uomini e donne. Dovendo purtroppo constatare che le azioni politiche finiscono a volte per dare risultati perversi, del tutto opposti a quelli desiderati.

La mappa concettuale proposta da S. Rokkan (1970) pare a me interessante per la maggior sensibilità dell’autore ai risvolti geopolitici che a quelli storici.

Infatti, mentre la storia è osservazione del passato per definizione, le caratteristiche geografiche, economiche e politiche spesso sopravvivono nell’epoca presente.

Per il Rokkan, il processo di formazione degli Stati Nazione europei è durato quasi un millennio, partendo dalla caduta dell’impero Romano e giungendo a conclusione solo con la Prima Guerra Mondiale.

Egli individua nella logica geopolitica europea dell’epoca della Riforma e Controriforma i fattori cruciali che hanno strutturato lo sviluppo politico del continente, riassunto nel concetto di Stato-nazione.

E’ una sintesi di due rivendicazioni territoriali, parallele ma spesso conflittuali: il controllo politico (Stato) e l’identità culturale (Nazione).

Nella mappa di Rokkan il primo asse è quello Nord-Sud e sintetizza la problematica della nazione; il secondo è quello Est-Ovest ed investe la problematica dello Stato.

L’asse Nord-sud è essenzialmente culturale, ma riguarda un problema politico cruciale, la separazione dei poteri tra quello politico (Stato) e quello spirituale (Chiesa).

Questo spiegherebbe perché sono nati prima gli Stati europei della periferia occidentale (Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia e Svezia) seguiti dalla periferia orientale (Russia e Prussia) e solo a distanza, a metà dell’Ottocento, nascono la Germania moderna e l’Italia.

Lungo l’asse Est-Ovest intervengono due elementi, quello politico e quello economico, nel consolidamento dei centri territoriali.

La struttura geopolitica che si forma in Europa tra il Cinquecento ed il Seicento è divisa in tre zone:

a) una rete urbana che domina la fascia centrale del continente sulle rotte commerciali tra il Mediterraneo ed il Mare del Nord (le città Stato dell’Italia Settentrionale, tra le quali spicca Venezia, e quelle della c.d. Lega Anseatica, tra le quali spiccano Brema ed Amburgo); b) alcune potenti città dei territori della costa atlantica ad occidente della fascia centrale (Londra, Parigi, Madrid e Lisbona); c) altre città, più deboli, riunificate sotto un forte centro di potere militare nelle marche d’oriente (Berlino, Mosca e Vienna).

In Occidente, la grande spinta verso l’attività commerciale ed il progresso economico ha facilitato il processo di unificazione; ad Oriente, la carenza di risorse portò ad accentuare i poteri dell’apparato militare a spese di altre componenti civili.

Rokkan sottolinea che la rete urbana sviluppata nella fascia centrale (City State Europe) ha impedito per lungo tempo la formazione di Stati-nazione, principalmente perché nessun centro aveva le risorse necessarie per dominare stabilmente tutto il territorio, privilegiando pertanto la gestione diplomatica dei conflitti.

Oltre a questi due assi fondamentali, Rokkan individua due altre variabili nello sviluppo politico europeo: a) la soluzione della questione agraria e dei rapporti di dominio che ne sono derivati; b) le condizioni migratorie (Voelkerwanderung, letteralmente camminata dei popoli) e le guerre medievali che hanno creato condizioni molto diversificate per l’unificazione linguistica dei diversi territori europei.

L’impero romano aveva lasciato in eredità il latino ed il suo alfabeto, ma l’elevata frammentazione anche linguistica del continente sfociò spesso in conflitti violenti tra rivendicazioni di controllo territoriale ed identità nazionali.

Non esisteva necessariamente una coincidenza tra Stato e Nazione ed i contrasti tra le due dimensioni furono particolarmente violenti nella fascia centrale dell’Europa.

Nel Nord il processo di costruzione dello Stato e quello della formazione della Nazione hanno proceduto assieme (pur tra conflitti, come quello tra anglosassoni e celti) mentre, al contrario, nella fascia centrale mancò uno sviluppo politico parallelo.

Per Rokkan il contrasto tra Austria asburgica (cattolica) e Prussia (protestante) deriva da due diverse visioni: sovraterritoriale per l’Austria, che cercò di costruire un impero plurilinguistico; limitata al controllo dell’area di lingua tedesca e della sua comunità nazionale per la Prussia.

La lotta tra Kleindeutsche e Grossdeutsche in fondo non era altro che una lotta tra due diverse concezioni territoriali tra Stato e Nazione.

Badie e Birnbaum (1979) criticando parzialmente l’assunto di Rokkan, proposero di distinguere tra la nozione di Stato e di Centro Politico; cosa che consente loro di formulare due modelli di sviluppo politico europeo.

Nel primo, dove lo Stato ha il predominio sulla società (State-led Society) si ha lo sviluppo di strutture di autorità autonome e dominati nei confronti della società civile (esempio Francia e Prussia).

Nel secondo, il modello di “centro politico” è contrapposto al primo. Si ha qui il predominio della società sullo Stato (Society-led State) cioè di una rete diffusa di élite specializzate e di istituzioni che detengono la legittimità nazionale al posto dello Stato (l’establishment e il crown-in-parliament del caso inglese). In questo modello, la società civile è informata al principio di autoregolazione e la politica si risolve più in una negoziazione diretta tra le parti sociali che nei rapporti con lo Stato.

Con riferimento alle carenze della mappa concettuale di Rokkan in merito all’asse culturale, è utile rammentare lo schema di Elias (1939) che distingue tre modelli di formazione e diffusione delle norme culturali a livello nazionale: 1) il modello britannico, di una cultura che è un amalgama aristocratico-borghese; 2) il modello francese, di una cultura che è il prodotto del potere statale (aristocratico prima della rivoluzione e borghese poi); il modello tedesco, di una cultura borghese ed accademica.

A questo punto, per ravvivare l’interesse del lettore, converrà applicare l’analisi di Rokkan alla situazione politica dell’Europa odierna e valutare se la stessa sia del tutto superata od abbia invece delle utili assonanze.

La punto di vista geo-politico possiamo rilevare che sussistono ancora differenze tra gli assi Nord-Sud ed Ovest-Est.

Nella fascia più occidentale d’Europa, gli Stati sovrani non hanno subito particolari cambiamenti strutturali e politici (Gran Bretagna, Francia e Spagna).

Nella fascia centrale dell’Europa, si è ravvivato dopo l’unificazione della Germania il conflitto tra le culture legate alle religioni cattolica (Baviera e parte dei Lander ex RFT, oggi in minoranza) e protestante (territori della ex RDT e Lander nordici, oggi in maggioranza)  e le differenti concezioni di Stato conseguenti (la Germania sembra oggi dibattuta tra Kleindeutschland in Europa e Grossdeutschland uber Europa)

Il Sud Europa (Italia e Grecia) è in profonda crisi istituzionale e costituzionale ed esposto a tensioni legate alla variabile indotta dai nuovi flussi migratori extraeuropei.

La fascia ad Est cerca ancora di trovare un equilibrio istituzionale che faccia nel contempo salve le tradizioni nazionali e la necessità di assumere un moderno assetto democratico e costituzionale (vedi Ungheria).

Per fatto singolare l’organizzazione centripeta dello Stato moderno, avversata in patria e fonte di istanze centrifughe indipendentiste, è stata replicata nell’apparato amministrativo e di governo europeo.

Segnatamente, si è combinata la migliore (o peggiore che dir si voglia) tradizione francese (che come detto da Elias è ricca d’intolleranza ideologica e strumentalismo, con forte attenzione alle forme) con la cultura nazionale tedesca affetta d’autoritarismo, burocrazia, disciplina e conformismo.

L’esito è quasi scontato, poiché ciò che ha fallito per piccoli numeri non può avere successo per dimensioni maggiori.

L’Europa dei popoli ha ceduto il passo a quella dei burocrati, surclassando il potere dei singoli Stati con consistenti cessioni di sovranità.

Venendo a mancare il collante linguistico e nazionale, le istanze centrifughe di rigetto da un procedimento decisionale che esclude del tutto i c.d. Stakeholder sono destinate ad esplodere.

Dal punto di vista geo-economico, si nota la sostanziale sovrapponibilità tra la rete urbana di città commerciali del sedicesimo secolo (City State Europe) con le aree di maggior produttività economica europea (la c.d. Doppia Banana).

Richiamando le tesi di Rokkan, non deve sorprendere pertanto la collocazione geografica delle  maggiori richieste indipendentiste dallo stato centrale (Catalogna e Veneto).

Dagli studi di Rokkan possiamo trarre una considerazione: l’Europa priva di collante nazionalistico (pur esaltata dalla retorica) e di un linguaggio comune (se facciamo eccezione per la pragmatica lingua inglese, che tuttavia poco ha da spartire con le culture europee continentali) è destinata ad esito infausto.

Unica possibilità di salvezza resta quella di una virata, in senso federalista vero, che renda espressione concreta e non vuota la definizione di Europa dei Popoli, esaltando le differenti Heimat e garantendo il rispetto delle molte culture presenti nei suoi confini.

avv. Franco Correzzola

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UNA REGRESSIONE CENTRALISTA

UNA REGRESSIONE CENTRALISTA

11 Agosto 2014 32 Comments in editoriali news

Breve critica al progetto di revisione costituzionale c.d. Boschi.

costi-politica-politici-parassiti-partitiSi esprime vivo apprezzamento per coloro che, con grande sprezzo del pericolo e del caldo afoso, decidessero di affrontare l’impresa di leggere il DDL 1429 ovvero il disegno di legge costituzionale, dal significativo titolo: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione”, presentato dal Presidente del Consiglio Renzi e dal ministro Boschi ed appena approvato dal Senato.

Il complesso testo, che risulta di non facile lettura, merita ben più approfondita disamina e valente critica di quella espressa da queste poche righe.

Pur dubitando che lo stesso riesca a superare le prossime tre votazioni (due alla Camera ed un’altra al Senato, per il meccanismo della c.d. Navetta Costituzionale di antica e meritoria ideazione) son certo risulterà fonte d’ispirazione per una valanga di giuristi e m’attendo di venire presto sommerso da dotti commenti.

Per il momento, a caldo ed in senso non figurato, mi pare di poter affermare che il disegno di legge approvato pecca su due fronti almeno: il primo è quello che vorrebbe le norme costituzionali di cristallina chiarezza; il secondo è l’esigenza di coerenza e logicità.

Invero, pure la lettura della relazione introduttiva non aiuta, anzi si ha l’impressione che gli obiettivi dichiarati siano stati grandemente mancati.

Il testo è stato oggetto di feroci critiche anche in sede parlamentare, come dimostrato dalla respinta “questione pregiudiziale QP1” (primo firmatario Crimi, seguito da altri 39 senatori) che, sollevata preliminarmente la questione dell’incapacità del presente Parlamento a votare una riforma così rilevante a seguito della sentenza n° 1/2014 Corte Costituzionale (la quale, si rammenta, ha dichiarato parzialmente illegittima la legge elettorale 270/2005) sinteticamente rileva: 1) l’introduzione del criterio dell’elezione indiretta del Senato delle Autonomie contrasta con il principio di sovranità popolare; 2) le modalità elettive prescelte accentuano il carattere oligarchico del Senato stesso; 3) non ha senso prevedere lo scudo immunitario in funzione dei poteri limitati riservati ai senatori, già rappresentanti nelle autonomie locali, con evidente disparità di trattamento con altri pari grado; 4) attribuire competenze di revisione costituzionale a senatori non eletti da suffragio popolare contrasta con i fondamentali principi democratici dell’ordinamento; 5) l’eccessivo peso decisorio dei senatori nominati dal Presidente della Repubblica (ben ventuno) oltre ai senatori a vita già in carica (peraltro senza limiti di mandato) è incongruo e fonte di squilibri interni; 6) i poteri concessi dall’art. 10 al Governo, nella fattispecie d’intervenire sulla calendarizzazione dei lavori parlamentari, risultano in aperta violazione del principio di separazione tra le funzioni esecutiva e legislativa; 7) l’ampliamento dei poteri del Governo in materia di decretazione d’urgenza è eccessivo; 8) al Senato sono riservati poteri eminentemente consultivi.

Mi sento di condividere tutte le critiche presentate dai Quaranta ed aggiungo ulteriori perplessità.

Trovo del tutto bizzarra la scelta della composizione futura del Senato delle Autonomie, che si rammenta includerà: di diritto, i Presidenti delle Giunte Regionali e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e Provincia autonoma; con elezione indiretta e voto limitato, per ciascuna Regione, due membri eletti dal Consiglio Regionale e due membri eletti dal collegio elettorale dei Sindaci della Regione.

A questi si aggiungono ventuno emeriti cittadini nominati dal Presidente della Repubblica oltre agli attuali senatori a vita (ed ex Presidenti della Repubblica).

Del tutto evidente è lo squilibrio tra senatori eletti (pur indirettamente) e quelli nominati. Disarmonia che peraltro si estende alla rappresentatività delle singole Regioni, poiché non viene parametrata alle dimensioni generali o densità di popolazione (il Molise avrà gli stessi rappresentanti del Veneto) tanto da far dubitare che la Corte Costituzionale, se applicherà i principi espressi con la sentenza n° 1/2014, digerirà la riforma.

Del tutto bizzarra la scelta di durata del mandato: pari a quella degli organi elettivi di provenienza per gli eletti; sette anni per i ventuno nominati; a vita per i senatori omonimi e per gli ex Presidenti della Repubblica. Un vero rompicapo.

Surreale la questione degli emolumenti: alla prevista gratuità del mandato per gli eletti (non mi è dato capire che accade per i nominati) è contrapposta la cospicua indennità goduta dagli attuali senatori a vita ed ex Presidenti della Repubblica; insomma, tra i futuri senatori ci saranno figli e figliastri…

Verrebbe da chiedersi perché una persona di chiara fama debba accettare l’incarico e la nomina, visto che i poteri del futuro Senato sono poco più che consultivi.

Infatti, è alla futura Camera dei Deputati che sono riservate quasi tutte le funzioni legislative (con eccezione delle riforme costituzionali e poche altre) senza che il Senato delle Autonomie possa seriamente interferire con il manovratore (correttamente è stato osservato che la funziona di controllo è praticamente azzerata).

Quello che tuttavia colpisce di più è la revisione in senso fortemente centralista dei poteri legislativi ripartiti tra Stato e Regioni.

Il futuro art. 117 della Costituzione ridurrà di molto lo spazio di competenza esclusiva delle Regioni stesse (praticamente annullato) con espressa previsione di una clausola di supremazia della legislazione statale su quella regionale,

In pratica è previsto che, per ragioni superiori d’interesse nazionale, lo Stato possa scavalcare ogni limite imposto a livello locale (ad esempio, se voglio fare una discarica di rifiuti nucleari, la Regione si limiterà ad un parere non vincolante).

Non è comunque la sola norma a destare perplessità, in quanto anche la previsione dell’obbligo per l’Ente locale (Comune, Città metropolitana o Regione, attesa l’eliminazione delle Province) di coprire integralmente le spese di propria competenza con risorse finanziarie locali, pur sommate al fondo perequativo, pare chimerica.

Come può l’Ente locale, cui è sottratto ogni potere normativo e fiscale, in assenza di una consistente riduzione del prelievo statale, soddisfare l’obbligo impostogli?

Il progetto di riforma votato è chiaramente improntato a principi accentratori dei poteri, sia legislativi che amministrativi, e rappresenta un totale azzeramento del cammino compiuto a partire dagli anni ’70 (vedi ad esempio il DPR 24 Luglio 1977 n° 66) fino alla riforma costituzionale del 2001 (Legge Cost. N° 3/2001).

Più che frutto di una evoluzione, lo stesso pare seguire un percorso retrogrado e neppure tanto conforme agli impegni internazionali assunti dallo Stato italiano (ad esempio la European Charter of Local Self-Government, European Treaty series n° 122, in vigore dal 01.09.1990).

Il giudizio sommario non può pertanto che essere fortemente negativo e francamente i toni di giubilo, che hanno accolto l’approvazione del testo proposto, risultano del tutto incomprensibili.

Avv. Franco Correzzola

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REFERENDUM INDIPENDENZA VENETO: “GOVERNO ITALIANO CHIUDE LA STALLA QUANDO I BUOI SONO GIA’ SCAPPATI”

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8 Agosto 2014 49 Comments in editoriali news

Gianluca Busato: “dopo impugnazione della LR 16/2014 da parte del governo italiano, il Plebiscito Digitale del 16-21 marzo diventa l’unica strada istituzionalmente rilevante per la piena indipendenza del Veneto”

GIANE-23La notizia era nell’aria, il governo italiano ha impugnato la legge regionale 16/2014 per l’indizione del referendum per l’indipendenza del Veneto. Ora la regione Veneto può provare un improbabile ricorso presso la corte costituzionale.
La vera notizia però è che il vicolo cieco imposto dal governo italiano all’espressione del diritto di autodeterminazione del Popolo Veneto dà ancora più forza all’espressione popolare emersa dalle urne digitali in occasione del Plebiscito Digitale per l’indipendenza del Veneto del 16-21 marzo scorsi.
Il governo italiano infatti può forse tappare la bocca al Popolo Veneto nella sua libera e democratica espressione attraverso il referendum regionale indetto con la LR 16/2014, ma non può più retroattivamente pronunciarsi sul già avvenuto pronunciamento di marzo.
Anzi, l’aver dato trasformato il referendum regionale in un vicolo cieco dall’improbabile esecuzione, dimostra come la via civica per tramite del comitato referendario Plebiscito.eu fosse l’unica strada aperta per permettere al Popolo Veneto di pronunciarsi.
La istituzionalizzazione del risultato del referendum digitale di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014 ora procederà pertanto tramite le operazioni di certificazione del voto plebiscitario in conformità a quanto previsto dai principi delle organizzazioni internazionali in materia.

A tal proposito il presidente della Commissione degli osservatori internazionali, l’ambasciatore Beglar Davit Tavarkiladze ancora il 18 luglio scorso ha comunicato che la Commissione sta procedendo nella fase finale di verifica del risultato del referendum, dopo aver già proceduto all’esame delle procedure di voto attraverso controlli sul piano organizzativo e il contatto dei cittadini aventi diritto al voto, sia direttamente che per telefono, oltre che con altre tipologie di controllo a campione.

Gianluca Busato ha dichiarato: “Se fossimo stati al posto di Zaia questa sera avremmo convocato unilateralmente il referendum di indipendenza del Veneto. Di inutili ricorsi è infatti lastricata la via dell’impotenza politica. Noi invece siamo Plebiscito.eu e il referendum di indipendenza del Veneto lo abbiamo già celebrato”.
“Il governo italiano di fatto con la decisione odierna ha chiuso la stalla della regione quando i buoi veneti erano già scappati. Infatti, dopo l’impugnazione della LR 16/2014 da parte del governo italiano, il Plebiscito Digitale del 16-21 marzo diventa l’unica strada istituzionalmente rilevante per la piena indipendenza del Veneto.
Noi ora procederemo con ancora maggiore accelerazione lungo la strada dell’esercizio di indipendenza della Repubblica Veneta”.

Ufficio stampa
Plebiscito.eu

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