PLEBISCITO.EU AIUTA LA REGIONE VENETO A RACCOGLIERE MICRODONAZIONI PER IL REFERENDUM DI INDIPENDENZA DEL VENETO
L’altro giorno abbiamo iniziato la nostra collaborazione con le istituzioni regionali impegnate nella fase di attuazione del processo esecutivo per l’indizione del nuovo referendum di indipendenza del Veneto da parte della Regione, in ottemperanza alla legge regionale 16/2014 pubblicata sul Bur il 24 giugno scorso. La prima concreta azione intrapresa è stata la riapertura dell’Albo regionale degli scrutatori volontari. Oggi presentiamo la seconda iniziativa, che assume ancora maggior rilevanza alla luce della notizia che le elezioni regionali del Veneto sono state anticipate a marzo 2015. Tale anticipazione infatti cambia e stringe le finestre temporali utili per l’organizzazione di un nuovo referendum di indipendenza del Veneto da parte della Regione Veneto. Se questo è vero, il Plebiscito Digitale del 16-21 marzo 2014 resta per un bel pò l’unica ipotesi plausibile di fattiva indipendenza del Veneto. Per permettere un’accelerazione delle procedure di indizione del nuovo referendum di indipendenza del Veneto diventa ancora più fondamentale il nostro aiuto.
INIZIATIVA NUMERO 2 DI PLEBISCITO.EU PER FAVORIRE L’INDIZIONE DEL REFERENDUM REGIONALE PER L’INDIPENDENZA DEL VENETO (EX L.R. 16/2014).
L’assessore regionale delegato nel presentare alla stampa le attività in corso, domenica scorsa ha fatto riferimento all’impossibilità per la Regione Veneto di ricevere donazioni troppo basse a causa delle commissioni bancarie esistenti.
Per tale ragione Plebiscito.eu ha deciso di attivarsi e aiutare la Regione Veneto nel raggiungimento dell’obiettivo del raggiungimento della quota di 14 milioni di euro.
Grazie infatti alla popolarità della nostra organizzazione siamo in grado di contenere le commissioni bancarie a livelli accettabili. Pertanto ci faremo garanti per chi desidera effettuare anche microdonazioni, raccogliendo tali cifre e quindi consegnandole alla Regione Veneto nel momento in cui essa sarà in grado operativamente di raccogliere i fondi. Al momento della consegna dei fondi raccolti, allegheremo quindi l’elenco dei singoli donatori e l’importo donato da ognuno.
Se per qualsiasi motivo la Regione Veneto ad un dato momento non riuscisse ad organizzare un nuovo referendum per l’indipendenza del Veneto, i donatori potranno scegliere se ricevere il rimborso per la donazione effettuata, oppure convertirla in donazione alla Repubblica Veneta o a Plebiscito.eu per l’esercizio dell’indipendenza del Veneto.
Plebiscito.eu può raccogliere donazioni tramite bonifico bancario, carta di credito e in contanti.
Per effettuare donazioni per l’indizione del nuovo Referendum di indipendenza del Veneto da parte della Regione Veneto, con bonifico bancario basta seguire le seguenti istruzioni.
Beneficiario: Plebiscito.eu
IBAN IT69E0890462180021000001600
BIC: ICRAITRRP40
Oggetto: “Donazione per Referendum Regionale”
Importo: a scelta
Per effettuare donazioni per l’indizione del nuovo Referendum di indipendenza del Veneto da parte della Regione Veneto, con carta di credito (tramite Paypal) basta premere il bottone di seguito riportato:
In alternativa si possono effettuare donazioni ai nostri incontri pubblici presso gli appositi tavoli che troverete, oppure recandovi presso i nostri uffici pubblici nel territorio.
Gianluca Busato
Plebiscito.eu
UNA PICCOLA OASI DI BENESSERE E SVILUPPO NEL CUORE DI UN’EUROPA CHE STA SOFFRENDO
Pubblichiamo di seguito la relazione presentata da Gianfranco Favaro in occasione del Dibattito Territoriale “Quale fiscalità nella Nuova Repubblica Veneta?” organizzato dal gruppo di lavoro Finanza e Bilancio del progetto Libro Bianco a Cittadella il 27 giugno scorso.
Breve panoramica sui principali aspetti del fisco elvetico: relazioni tra fisco e assetti istituzionali.
Stasera cercherò di condividere con voi qualche informazione su un Paese che si trova costantemente ai massimi livelli mondiali con riguardo a libertà economica, esercizio della democrazia, pressione fiscale favorevole, qualità della vita, qualità dei servizi…e l’elenco potrebbe continuare. Sto parlando della Svizzera. Paese di circa 8 milioni di abitanti, suddiviso in 26 cantoni che raggruppano a loro volta circa 2.500 comuni.
Una piccola oasi di benessere e sviluppo nel cuore di un’Europa che, invece, sta soffrendo una crisi drammatica non solo economica, ma anche, e lo affermo a malincuore, democratica.
Qual è il segreto di questa isola felice? Sono in molti a chiederselo.
La risposta becera e superficiale secondo cui la Svizzera è ricca perché è un paradiso fiscale attrattore di ricchezze frutto di evasione o di traffici illeciti non risulta accettabile. Solo una frazione del Pil, seppur consistente, vale a dire il 15% c.ca, è generato dal settore bancario e finanziario in genere. Il resto proviene da un’industria all’avanguardia nei settori della chimica farmaceutica, della meccanica di precisione, dell’industria alimentare, dei servizi, dell’agricoltura, del turismo.
La risposta va cercata invece nel particolare tipo di istituzioni e di regole che le popolazioni elvetiche si sono date. Guardate che questa intuizione ha comportato la nascita di un fenomeno curioso negli ultimi anni: un particolare tipo di turismo che non ha come mete le numerose bellezze che il Paese offre, ma i centri amministrativi ed istituzionali svizzeri. Così, sono sempre più numerose le delegazioni di politici e di studiosi che visitano la Confederazione per studiarne e comprenderne il funzionamento, tra l’altro agevolati dalla straordinaria efficienza e cordialità dei funzionari pubblici. Non dobbiamo poi dimenticare che l’italiano è una delle lingue ufficiali della Svizzera. La qual cosa permette a chiunque di noi di potersi documentare da remoto: basta accedere ad un qualsiasi sito web istituzionale del Canton Ticino per poter visionare una quantità di documenti, solitamente ben organizzati e fruibili.
E allora cerchiamo di esplorare anche noi un pochino di più questo fortunato paese che deve il suo presente a delle scelte sagge e oculate compiute nel passato.
Una data fondamentale è il 1848 quando viene adottata la costituzione che fa della Svizzera una repubblica federale ripartita in cantoni. Da lì a qualche anno, l’inserimento in costituzione del referendum (1874) seguito da quello dell’iniziativa popolare (referendum propositivo) (1891) vanno a chiudere il cerchio. Questo sì magico davvero, il perché lo capiremo poi.
In quegli anni, invece, un paese confinante, l’Italia, sceglie di percorrere una strada diversa. Invece dell’idea federale proposta da Carlo Cattaneo, prevale quella centralista che sarà causa di guai infiniti, compresi quelli del presente. In un’ottica aggressiva si impone la necessità di disporre di milioni di coscritti e di altrettanti milioni di pecore da tosare per finanziare eserciti e burocrazia. Ma non divaghiamo.
A fine 800, è importante rilevare che si, sono affermati in Svizzera due elementi fondamentali:
-FEDERALISMO, OSSIA DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO SU TRE LIVELLI, dotati ognuno di sovranità fiscale: federazione, cantoni, comuni.
–ISTITUTI DI DEMOCRAZIA DIRETTA. Referendum e iniziativa popolare
In parole molto semplici le numerose popolazioni svizzere sono riuscite ad aggregarsi per conseguire i vantaggi che derivano dall’essere in tanti, anche in un ottica di difesa militare; ma nel contempo sono riuscite a conservare sia la loro identità, sia sostanzialmente la loro sovranità, tanto come comunità cantonali che comunali, sia alti livelli di efficienza del pubblico.
Il decentramento, infatti, consente alle istituzioni di rispondere al meglio alle esigenze dei territori sotto la loro giurisdizione. Sono gli amministratori del comune che conoscono bene quali siano i bisogni, le problematiche e le soluzioni ottimali correlate al loro territorio. Difficilmente lo possono fare con pari efficienza i governanti confederali di Berna. Mentre gli stessi amministratori comunali difficilmente possono rispondere alle esigenze, ad esempio della difesa o della politica estera del paese intero con adeguata cognizione di causa.
Ma cos’ha impedito che la maggiore efficienza del decentramento, che ha come pericolosissimo contro-altare la moltiplicazione dei centri di spesa, non sia degenerata nell’esplosione della spesa pubblica finanziata con tasse crescenti e, se insufficienti, con l’aumento del debito pubblico? Cioè quello che è successo e sta succedendo oggi in Italia a poco più di quarant’anni dalla nascita delle Regioni?
Proprio gli istituti di democrazia diretta! Questi sono stati e sono tuttora l’argine al dilagare della spesa pubblica elvetica che costituisce da sempre, lì e ovunque nel mondo, la più grande tentazione dei politici ed amministratori eletti. Grazie ad essa, infatti, quelli possono costruire in modo totalmente gratuito, perché i costi ricadono sulla collettività, il consenso necessario al mantenimento della poltrona.
Dato che i cittadini svizzeri possono intervenire a qualsiasi livello legislativo, dalla costituzione all’ultimo dei regolamenti comunali, e su ogni materia, prima di tutto quella fiscale, riescono a bloccare le iniziative di spesa pubblica che non li convincono sia a livello comunale, che cantonale, che federale. E con la spesa inutile, fermano anche l’effetto immediato che questa si porta dietro: LE TASSE che servono a finanziarla, sia quelle presenti, sia quelle posticipate alle generazioni future, cioè il debito pubblico.
Alcuni esempi per chiarire questi aspetti:
ogni cittadino svizzero sa che deve pagare le imposte ad almeno tre soggetti:
-la federazione
-il cantone
-il comune
A livello federale: vediamo un po’:
nella costituzione della Confederazione, perché poi ci sono quelle cantonali, viene posto un limite al prelievo fiscale:
Art. 128 Imposte dirette*
1 La Confederazione può riscuotere un’imposta diretta:
a. sul reddito delle persone fisiche, con un’aliquota massima dell’11,5 per cento;
b.65 sul reddito netto delle persone giuridiche, con un’aliquota massima dell’8,5 per cento.
Art. 130 Imposta sul valore aggiunto*
1 La Confederazione può riscuotere un’imposta sul valore aggiunto, con un’aliquota normale massima del 6,5 per cento e un’aliquota ridotta non inferiore al 2,0 per cento, sulle forniture di beni e sulle prestazioni di servizi, compreso il consumo proprio, nonché sulle importazioni.
Il limite all’imposizione federale è fissato in costituzione! Se a Berna si svegliano una mattina e vogliono aumentare le imposte federali, non possono produrre una legge, ma devono modificare la costituzione. Ma per fare ciò hanno bisogno della doppia maggioranza. Quella dei cantoni e quella dei cittadini elettori, richieste entrambe per poter modificare qualsiasi articolo della Carta.
A livello cantonale e comunale, è lo stesso. I cittadini possono sempre intervenire sia sulle aliquote fiscali dei vari livelli amministrativi sia addirittura sul potere di spesa delle singole amministrazioni.
Esempio a livello cantonale. Questo è il Canton Ticino, art. 42 della costituzione della Repubblica del Canton Ticino che regola la facoltà di organizzare una consultazione facoltativa.
Referendum facoltativo
Art. 42 Sottostanno al voto popolare se richiesto nei quarantacinque giorni dalla pubblicazione nel Foglio ufficiale da almeno settemila cittadini aventi diritto di voto oppure da un quinto dei Comuni:
a) le leggi e i decreti legislativi di carattere obbligatorio generale;
b) gli atti che comportano una spesa unica superiore a
fr. 1 000 000.– o una spesa annua superiore a
fr. 250 000.– per almeno quattro anni;
……
Ricordo che 1 milione di franchi svizzeri equivale a a poco più di 800.000 euro. Questo è il margine di discrezionalità concesso ai governanti della Repubblica ticinese.
per i comuni valga l’esempio di Ponte Capriasca, dove ogni assessore individualmente non puòspendere complessivamente in un anno più di 15.000 franchi svizzeri.
A livello comunale, come, con le dovute proporzioni, anche ai due livelli gerarchicamente superiori, difficilmente si porta avanti un’opera pubblica o un’iniziativa di spesa se non c’è il consenso della popolazione. Questo succede. Ciò significa trasparenza del bilancio costi/benefici, economicità, adeguata informazione. Altrimenti i cittadini te la bloccano. Semplice. E tu, politicamente, sei spacciato.
IL PRINCIPIO che sono riusciti ad attuare gli svizzeri è sostanzialmente quello di tener ben separati due poteri: quello di tassare e quello di spendere.
Se quello di spendere, per ragioni di efficienza e rapidità viene demandato agli eletti, il potere di tassare rimane sempre in mano ai cittadini.
Qui, nel bel paese, nella culla del diritto, che mai sembra diventare adulto, siamo lontani anni luce. Vi ricordo che l’articolo 75 della costituzione più bella del mondo impedisce la votazione di referendum che abbiano ad oggetto materia fiscale.
“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.”
E pensate che un consigliere regionale della Regione Veneto, lo scorso settembre, in aula, assimilava il referendum per l’indipendenza ad un referendum sulle tasse. Ridicolizzava il primo con quella che riteneva una provocazione e con fare sarcastico proponeva:
“Perché non fare un referendum dove si chiede ai veneti se vogliono pagare le tasse?”
Il poveretto ignorava che in Svizzera questo lo fanno da secoli!
Concludo riassumendo un po’ gli elementi chiave e alcuni effetti per noi interessanti:
DECENTRAMENTO: quindi efficienza ma anche conservazione dell’identità delle comunità che conservano parzialmente la loro sovranità fiscale sempre controllata e bilanciata con gli strumenti di DEMOCRAZIA DIRETTA.
EFFETTI -BASSO LIVELLO DI TASSAZIONE e CONCORRENZA FISCALE inter e intra cantonale, oltre che internazionale. Pensate che il 40% delle nuove imprese che nascono in Ticino sono italiane.
-EFFICIENZA SPESA PUBBLICA
-ZERO CORRUZIONE son troppi quelli da corrompere, perché bisognerebbe corrompere la maggioranza degli elettori.
E’ un modello che si può applicare al Veneto? Credo proprio di sì. I veneti, tra l’altro, sembrano apprezzarlo molto. Come?
La sua implementazione dovrebbe contemplare molto probabilmente oltre all’introduzione del decentramento e all’applicazione della democrazia diretta anche un terzo elemento. Il rispetto del principio di autodeterminazione. Dovrebbe cioè essere permesso ai territori comunali di aggregarsi per formare nuovi cantoni all’interno delle attuali province. Per esempio, i comuni dell’altipiano di Asiago, inseriti attualmente nella provincia di Vicenza, potrebbero decidere di formare un cantone a sé. Questo potrebbe rappresentare un ulteriore fattore d’innesco per una benefica competizione fiscale tra territori all’interno della federazione oltre che per la nascita di comunità omogenee sotto molteplici profili.
Concludo con le parole del presidente della Confederazione nel 2004, Joseph Deiss:
“La democrazia diretta richiede una cittadinanza matura e responsabile. Visto dall’esterno può causare perplessità il fatto che in Svizzera la gente sia consultata di routine su decisioni a volte anche estremamente complesse. La risposta è che in Svizzera comprendiamo che la democrazia diretta è sempre un processo di apprendimento collettivo. Facendo parte del processo politico ed essendo coinvolti nel pubblico dibattito, gli elettori diventano più responsabili ed esercitano la loro responsabilità più attentamente.”
La differenza tra cittadini e sudditi.
Gianfranco Favaro
Delegazione dei Dieci
Cittadella 27 giugno 2014.
SOSTIENI IL DREAM TEAM DI PLEBISCITO.EU E LA REPUBBLICA VENETA, DONA ORA!
Una cosa è certa, abbiamo portato la questione veneta a un livello di attenzione che mai si era visto prima e tutto ciò è merito della nostra azione, che ha sconvolto la partitocrazia italiana. Ora dobbiamo finalizzare la nostra opera, non lasciando nulla di intentato.
Plebiscito.eu è il fulcro di ciò che sta avvenendo in Veneto. Tutto passa di qua. La cosa che ci diverte di più è vedere professori, giornalisti e politici scarsi interrogarsi e studiare un fenomeno dimostrando di non aver capito nulla di cosa sta avvenendo in realtà, come potete vedere voi stesso ad esempio in questo reportage di Radio Radicale.
Presenteremo a loro e a tutti gli italianisti una sorpresa grande. La macchina della rivoluzione digitale col sorriso si è messa in moto e nessuna la fermerà.
Per farlo però ci serve il sostegno e l’aiuto di tutti.
Contiamo sul sostegno di molti veneti che credono nel nostro percorso e sulle capacità del nostro team.
Abbiamo una squadra che con pochi fondi provenienti da donazioni volontarie, ma con determinazione, preparazione e un grande entusiasmo di tanti giovani e con tante idee ha cambiato lo scenario politico veneto con il Plebiscito Digitale del 16-21 marzo 2014, aprendo la strada alla piena e fattiva indipendenza della Repubblica Veneta.
Per raggiungere la piena indipendenza della Repubblica Veneta ci vuole una squadra forte. Plebiscito.eu sta creando il Dream Team per dare ai veneti una prospettiva di benessere oggi cancellata dalla partitocrazia famelica che ha intaccato fortemente la vitalità del nostro straordinario tessuto socio-economico.
Per completare l’opera ci serve ora il tuo aiuto. Puoi aiutarci in due modi:
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Grazie se potrai aiutare in modo fattivo la nostra azione politica.
Gianluca Busato
Plebiscito.eu
IL DISCORSO DEI 14 PUNTI DI WOODROW WILSON: UNA LEZIONE DIMENTICATA DALLA STORIA
Nella recente Deliberazione n° 16 del Consiglio Regionale del Veneto, che in data 12 Giugno 2014 ha approvato il progetto di legge n° 342, è fatto richiamo espresso all’Advisory Opinion della International Court of Justice del 22.07.2010 sul caso Kosovo (segnatamente sulla “accordance with International Law of the Unilateral Declaration of Independence in Respect of Kosovo”).
La pronuncia della Corte è molto interessante sotto molteplici aspetti (in merito si consiglia la lettura del testo “Il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Un’analisi Critica” a cura di Lorenzo Gradoni ed Enrico Milano, Edizioni Cedam, 2011) poiché riporta d’attualità il tema della c.d. Autodeterminazione dei popoli (in inglese Selfdetermination, in tedesco Selbstimmungrecht der Voelker).
Il concetto non è nuovo al pensiero politico e filosofico, trovandone traccia fin dagli scritti di Aristotele e Tommaso d’Aquino, ma in epoca moderna esso ha avuto un notevole impulso dalla pronuncia del famoso discorso “dei Quattordici punti” del Presidente U.S. Woodrow Wilson, in data 8 Gennaio 1918, che ha anticipato la Conferenza di Pace di Parigi a chiusura della Grande Guerra.
Va precisato che finora, gran parte della dottrina ha esaminato il tema della selfdetermination con riferimento ai diritti di autodeterminazione dei popoli soggetti a potere coloniale od occupante straniero, ma non pare che il principio debba esaurirsi a questo aspetto, notando una reviviscenza del concetto in epoca moderna.
Unica tra le potenze vincitrici, la presidenza U.S. decise di esprimere chiaramente i propri obiettivi e condizioni per la sottoscrizione della pace alla indetta Conferenza di Parigi.
Vale la pena rammentare in sintesi i famosi “Quattrodici Punti” (poi saliti di numero invero):
- l’eliminazione dei patti segreti tra le potenze in favore di una maggiore trasparenza degli accordi;
- la necessità di garantire per il futuro la libera navigazione sui mari;
- l’eliminazione delle barriere economiche tra i Paesi;
- la riduzione degli armamenti ai limiti necessari per soli scopi difensivi;
- la definizione dei contenziosi coloniali con equo rispetto dei diritti delle popolazioni interessate;
- la liberazione da forze militari esterne dei territori russi;
- la liberazione da forze militari esterne del Belgio e restaurazione della sua piena sovranità;
- la restituzione alla Francia dei territori (Alsazia e Lorena) sottratti dalla Prussia nella guerra del 1870;
- il riassetto delle frontiere italiane;
- la divisione in entità autonome e sovrane del Regno di Austria ed Ungheria;
- la liberazione e restaurazione dei Regni di Romania, Serbia e Montenegro, con garanzia di accesso al mare per la Serbia e sviluppo dell’indipendenza piena di parecchi Stati balcanici;
- la divisione dell’Impero Ottomano in più entità statali, con garanzia di piena indipendenza per la Turchia, nel rispetto delle minoranze presenti sul territorio;
- la costituzione di uno stato polacco sovrano ed indipendente;
- la costituzione di una Società delle Nazioni con lo scopo di affrontare e gestire le reciproche dispute in modo pacifico, con garanzia dell’integrità territoriale ed indipendenza politica degli Stati appartenenti, in conformità a principi di decisione condivisa.
Il documento, redatto in base agli studi e suggerimenti di apposita commissione di esperti (The Enquiry) nominata dal Presidente Wilson nel 1917, ebbe grande risalto ed anticipò la Conferenza di Pace di Parigi, avendo grande influenza anche sulla decisione di resa poi presentata dalla Prussia.
In campo alleato, esso non ebbe altrettanto favorevole accoglimento, incontrando l’opposizione del governo francese (Georges Clemenceau) del governo inglese (David Lloyd George) ed italiano (Vittorio Emanuele Orlando).
Quest’ultimo era furente, poiché confidava nelle concessioni previste dal Trattato segreto di Londra del 1915, al punto da abbandonare i lavori della Conferenza di Pace.
Infatti, l’Italia aveva mutato la propria posizione neutrale solo nel 1915 a seguito delle segrete promesse di poter strappare la concessione della sovranità sulla Dalmazia, sulle Isole del Dodecanneso, su Smirne nell’Asia Minore e su altri possedimenti coloniali austriaci.
L’intervento del Presidente Wilson a favore di una maggiore trasparenza degli accordi, con interpello e rispetto delle popolazioni coinvolte, pregiudicò il risultato inseguito dal Governo italiano anche se, in tutta onestà, il risultato fu più che proporzionato all’apporto concreto dato per la vittoria della Grande Guerra.
Molto peggio andò alla Prussia, in quanto la stessa confidava nel rispetto delle posizioni preannunciate da Wilson con il suo Discorso dei Quattordici Punti mentre, purtroppo, il Trattato di Versailles ha ben poco da condividere col medesimo, specialmente per quanto riguarda l’equilibrio e sostenibilità economica del Trattato (si vedano le critiche espresse da J. M. Keynes in merito).
Il Presidente Wilson meritò comunque per i suoi sforzi l’ambito riconoscimento del Premio Nobel per la Pace assegnato nel 1919; caratteristica che accomuna Wilson all’attuale Presidente U.S.A. (si noti che Wilson ed Obama sono gli unici Presidenti U.S.A. a poter vantare un dottorato o Ph.D.)
Non tutti i punti del Discorso di Wilson vennero comunque disattesi.
Particolarmente interessante è la soluzione prospettata dagli accordi di pace per la definizione dei confini austriaci moderni, aspramente contesi dalle potenze confinanti.
A fronte di una attribuzione diretta di alcuni territori all’Italia (sostanzialmente il Tirolo del Sud, incluse le province di Trento e Bolzano, nonché Tarvisio e la Val Canale) ed al Regno dei Serbi-Croati e Sloveni (Unterdrauburg ed alcune valli contigue) si decise di coinvolgere la popolazione della Carinzia del Sud nella decisione sul proprio destino.
Infatti, la Presidenza Wilson aveva incaricato una missione diplomatico militare (guidata da Archibald Cary Coolidge e Sherman Miles) di relazionare le potenze vincitrici sulla particolare situazione afferente il Ducato della Carinzia del Sud.
Il colonnello Miles, resosi conto della singolarità del territorio carinziano, propose di coinvolgere la popolazione nella decisione attraverso l’indizione di un plebiscito referendario.
Il Ducato di Carinzia, abitato dai paleoveneti e carnici fin dall’antichità, aveva mantenuto una sua autonomia per tutta la durata del Sacro Romano Impero, fino a divenire una proprietà degli Asburgo.
La popolazione era prevalentemente di lingua tedesca, ma le zone sud-orientali erano prevalentemente abitate da gente di lingua slava.
Le truppe del Regno dei Serbi-Croati e Sloveni avevano cercato di far valere un diritto di fatto attraverso l’occupazione militare dell’area fino alle città di Klagenfurt e Villaco, scatenando la rivolta armata delle popolazioni tedesche che avevano riconquistato le posizioni a Nord del fiume Drau fino alla città di Ferlach .
Sherman Miles propose di prendere a riferimento come linea di confine i monti che separavano la Drava dalla Slovenia ovvero la linea di displuvio delle Caravanche, ma quest’ultima proposta incontro notevoli resistenze tra le Parti interessate.
Si decise quindi, come descritto in maniera dettagliata nell’accordo di Saint Germain, di separare temporaneamente il territorio in due zone: la B ovvero la città di Klagenfurt e dintorni, posta temporaneamente sotto amministrazione tedesca, e la zona A, posta temporaneamente sotto amministrazione delle truppe Serbo-Croate e Slovene.
La zona A avrebbe dovuto pronunciarsi con un Plebiscito, indetto per la data del 10 Ottobre 1919, sul passaggio al Regno dei Serbi-Croati e Sloveni.
In caso di esito positivo, si sarebbe tenuto analogo Plebiscito anche nella zona B.
Particolare significativo è dato dal fatto che furono chiamati a votare tutti i soggetti residenti al 1 Gennaio 1919, senza distinzione di sesso, purché nativi della zona od ivi residenti almeno a far data dal 1 Gennaio 1912.
L’esito fu tutt’altro che scontato: la popolazione, in prevalenza di lingua slava, della zona A si espresse per il mantenimento dell’unione della Carinzia, rendendo di fatto superflua la consultazione nella zona B.
Di fatto, poiché il 68% della popolazione era di lingua slovena e risultò che il 59,04 % dei votanti si erano espressi per l’unitarietà della Carinzia, si deve dedurre che il 40% della popolazione slovena scelse di restare in Austria.
La cosa non dovette sorprendere il colonnello Miles, il quale aveva già notato come gli abitanti sloveni fossero storicamente inseriti nel Ducato di Carinzia con prevalenti rapporti economici verso le città di Graz e Klagenfurt, avendo poco a che spartire con i connazionali a Sudest del confine.
Inizialmente la decisione non venne accettata dal Regno Serbo-Croato e Sloveno, che cercò di far valere i diritti di forza ed il vantaggio della occupazione militare dei territori, ma poiché pacta sunt servanda, in data 18 Novembre dovettero passare le consegne.
L’esito non fu mai più contestato, neppure durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Un referendum proposto inizialmente per ragioni strettamente nazionalistiche, ebbe pertanto un esito ben più ragionevole: più saggi dei proponenti furono gli elettori che tennero a mantenere inalterati i rapporti storico ed economici correnti, avendo assimilata ed apprezzata la riconosciuta efficienza dell’amministrazione e della cultura asburgica.
Ad onore delle armi, devesi riconoscere che l’occupante militare Serbo-Croato e Sloveno aveva comunque garantito la regolarità e libertà del Plebiscito (altrimenti l’esito sarebbe stato ben diverso) con maggiori garanzie democratiche di quelle, ad esempio, offerte dal Plebiscito Veneto del 1866.
Se la lezione di civiltà e rigetto delle mere pretese nazionalistiche fosse stata assimilata, probabilmente le rivendicazioni razziste che scatenarono la Seconda Guerra Mondiale avrebbero ricevuto ben più tiepida accoglienza.
Il principio di autodeterminazione dei popoli (inizialmente mal definito come nazionalismo) che aveva trovato una prima coerente applicazione proprio con gli accordi di Saint Germain, successivamente fu la base teorica (vedi la Resolution 1514 dell’Assemblea Generale U.N., Declaration on the granting of independence to colonial Countries and Peoples) che portò alla dissoluzione delle potenze coloniali.
Il processo non può dirsi oggi ancora concluso, quantomeno con i referendum anticoloniali, perché ciò che sta accadendo nei Paesi dell’Est o nel caos dell’IRAQ ne è riprova d’indiscutibile attualità, anzi potremmo considerarla naturale conseguenza del tradimento da parte del Trattato di Saint Germain delle proposte avanzate dal Presidente Wilson.
Volessero oggi finalmente far tesoro ed accogliere integralmente in famosi “Quattordici Punti” del Presidente Wilson, sarebbe tutto di guadagnato. Meglio tardi che mai.
Poiché sono convinto che la questione di garantire una sufficiente omogeneità nazionale sia solo uno dei parametri da tenere in considerazione, rimango dell’opinione che la decisione referendaria sia sempre l’azione più idonea, in quanto gli interessati sono pur sempre i soggetti più idonei a garantire adeguata soluzione ad ogni dilemma di governance politica ed economica.
Le decisioni calate dall’alto non funzionano mai, mi basti citare il caso IRAQ (paese nato da pochi tratteggi sulla carta ed ancora sofferente di laceranti divisioni) le cui singolarità non possono semplicisticamente essere ridotte a meri scontri tra correnti religiose.
Perché mi ha colpito l’esito del referendum carinziano? Con invidiabile pragmatismo le popolazioni hanno fatto una scelta non nazionalistica ma rispettosa della vivibilità, dell’economia e storicità dell’area (in pratica, decidendo di tenere unito il Ducato di Carinzia il più possibile, sotto la bandiera più idonea a dare garanzie di equilibrio tra pretese dello Stato centrale e necessità regionali).
Non credo possa negarsi la validità del principio adottato ovvero il rispetto dell’uniformità storica, economica ed ambientale, poiché consente di ravvicinare la gestione politica agli interessi dell’area.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se, invece di creare figli e figliastri, si fosse presa fin da subito in considerazione l’idea di garantire, nel nostro dopoguerra, piena autonomia alle Venezie (non solo alla Tridentina e alla Giulia) senza portare all’esasperazione attuale dei rapporti.
Last, but not least, faccio notare una cosa che ritengo interessante: il Discorso dei c.d. Quattordici Punti del Presidente Wilson ispirò profondamente il movimento Samil Undong per la proclamazione dell’indipendenza della Korea, all’epoca occupata dal Giappone, altrimenti definito anche come Movimento del Primo Marzo (1919).
L’occupazione militare giapponese risaliva agli esiti della Guerra del 1905, permanendo una sostanziale disparità di trattamento a sfavore dei cittadini coreani rispetto ai giapponesi.
Le rivendicazioni dei trentatré sottoscrittori della Dichiarazione d’Indipendenza, redatta dallo scrittore Choe Nam-Seon, vertevano sulle seguenti doglianze rese pubbliche a mezzo stampa:
- il Governo giapponese discriminava i dipendenti coreani per trattamento e privilegi;
- nel Governo era lamentata l’assenza di rappresentanti coreani in ruoli di prestigio;
- vi era una evidente disparità di accesso alla educazione superiore;
- in generale, i coreani subivano una disparità di trattamento;
- i funzionari governativi, coreani o giapponesi che fossero, erano arroganti;
- non vi era sufficiente azione per il riconoscimento dei meriti dei coreani dotati di istruzione superiore;
- i procedimenti amministrativi erano troppo complessi e le leggi venivano ripubblicate così sovente che era impossibile per i coreani poterle osservare puntualmente con ovvie negative conseguenze;
- vi era una massa indesiderata dal governo di forza lavoro coreana;
- le tasse erano troppo pesanti ed esagerate, i coreani dovevano pagare sempre di più ricevendo in cambio i medesimi servizi;
- la terra era spesso confiscata dai giapponesi per ragioni particolari;
- gli insegnanti coreani erano ostacolati al fine di disperdere le loro tradizioni e cultura;
- gli sforzi per lo sviluppo dei coreani erano interamente devoluti nell’interesse dei giapponesi e da ciò i coreani medesimi non traevano vantaggio alcuno.
Indubbio che talune delle rivendicazioni esposte sono di grande attualità odierna, utili per definire le condizioni di oggettivo svantaggio che la dottrina ritiene necessarie al fine del riconoscimento di un diritto soggettivo d’autodeterminazione, ciò indipendentemente dal regime vigente.
L’iniziativa, appoggiata largamente dalla popolazione che partecipò attivamente in manifestazioni di piazza, venne soppressa nel sangue dai militari Giapponesi ed ogni tentativo dei fuoriusciti coreani (ossia del Provisional Government of the Repubblic of Korea costituito temporaneamente in Shangai in Aprile 1919) di ottenere attenzione da parte dei partecipanti alla Conferenza di Parigi, fu vano.
Nonostante la fiducia riposta nelle parole del Discorso del Presidente Wilson, la Korea non ebbe riconosciuta adeguata tutela, in quanto il Giappone era uno dei soggetti vincitori seduti al tavolo delle trattative e nessuno voleva esasperare i rapporti tra le potenze presenti.
Questo indubbiamente non giovò a merito per gli U.S. e forse, proprio la coscienza di avere proposto un idea innovativa, salvo poi non onorarla fino in fondo, spingerà gli U.S. ad intervenire con forza in Corea quando l’indipendenza della stessa verrà nuovamente minacciata dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Franco Correzzola, avvocato
ABBATTIAMO I COSTI PER FAR VOTARE TUTTI I VENETI NEL NUOVO REFERENDUM PER L’INDIPENDENZA DEL VENETO
Plebiscito.eu accende la propria macchina organizzativa e riapre l’albo regionale degli scrutatori volontari
Dopo la pubblicazione della legge regionale 16/2014, le procedure regionali per l’organizzazione del referendum di indipendenza del Veneto si sono avviate, con la nomina dell’assessore regionale incaricato per l’attuazione del processo esecutivo. Plebiscito.eu ha già promesso di aiutare lealmente e fattivamente (e non a parole) il nuovo processo referendario, mettendo a disposizione la propria potente macchina organizzativa, che ha già dimostrato al mondo intero la propria capacità. Non possiamo semplicemente guardare ed aspettare chi è rimasto indietro rispetto al Plebiscito Digitale (che nel frattempo ha dato il via al concreto esercizio di indipendenza), ma dobbiamo aiutare i nostri fratelli veneti a recuperare il terreno perduto (anche per evitare che magari poi qualcuno accampi scuse). Da oggi iniziamo concretamente a farlo.
INIZIATIVA NUMERO 1 DI PLEBISCITO.EU PER FAVORIRE L’INDIZIONE DEL REFERENDUM REGIONALE PER L’INDIPENDENZA DEL VENETO (EX L.R. 16/2014).
Partiamo allora proprio dalle prime considerazioni emerse dall’intervista rilasciata dall’assessore delegato al Gazzettino un paio di giorni fa, nella quale è emersa come propedeutica la questione del finanziamento delle operazioni referendarie. La cifra emersa indicata dal legislatore è di 14 milioni di euro. In un’epoca di spending review è importante capire come si arrivi a questa cifra.
Per farlo siamo partiti dalle stime che ci aveva fornito il Comune di Verona ancora qualche mese fa.
Da queste cifre vanno eliminati i costi per il personale dipendente (e a tempo determinato), in quanto essi rappresentano un costo contabile già a carico delle amministrazioni comunali (dato che il personale viene pagato a prescindere), e non aggiuntivo.
Rimangono quindi:
- € 247.000 per scrutatori
- € 198.800 per costi di economato (assieme a servizi disabili e impianti tecnologici).
Per quanto riguarda i costi per gli scrutatori, secondo le nostre stime, per i 214 seggi di Verona città, servono:
- 214 presidenti di seggio (pagati € 200),
- 214 segretari di seggio (pagati € 150),
- 642 scrutatori (pagati € 150),
per un totale di € 171.200.
I € 75.800 in più stimati dal comune di Verona potrebbero essere riconducibili ad un numero eccessivo di scrutatori per seggio (in realtà in un referendum i costi sono sempre sensibilmente minori che in normali elezioni).
Dunque, la nostra stima per i costi referendari per solo Verona città è di € 370.000:
- € 171.200 di stipendio scrutatori,
- € 198.800 di costi di economato e altro (che potrebbero ridursi ulteriormente).
Verona città ha circa il 5.2% dell’elettorato dell’intero Veneto. Moltiplicando i costi per Verona città per tutto il Veneto otteniamo una stima massima di:
- € 7.100.000,
dei quali:
- € 3.800.000 di costi di economato (da verificare se eccessivi) e
- € 3.100.000 di costi scrutatori, segretari e presidenti di seggio (costi abbassabili con scrutatori volontari).
Se interveniamo in modo concreto per abbattere i costi del referendum, il budget di 14 milioni individuato dal legislatore regionale potrà essere impiegato per la maggior parte in promozione e pubblicità (e qui ci aspettiamo che anche i quotidiani e le tv venete facciano la loro parte abbattendo i costi, o mettendo a disposizione spazi informativi a condizioni agevolati per favorire il raggiungimento della fatidica cifra).
Per velocizzare l’indizione del referendum e ridurre i costi del referendum portandoli il più possibile vicini a zero, Plebiscito.eu ha deciso di far partire una serie di iniziative importanti. La prima è la riapertura dell’albo regionale per gli scrutatori volontari.
Per preiscriversi subito all’albo regionale degli scrutatori volontari, compiliamo il modulo sotto riportato e facciamo il passaparola in ogni comune (perché bisogna essere residenti nel comune dove si vuole fare gli scrutinatori volontari).
A chi aderisce manderemo prossimamente le istruzioni per iscriversi all’albo scrutinatori del proprio comune e pubblicheremo una mappa dei comuni già coperti e quelli su cui bisognerà concentrarci.
Gianluca Busato
Plebiscito.eu
