L’INDIPENDENZA DEL VENETO CE LA COMPRIAMO
Il De Profundis per la via istituzionale regionale è una buona notizia perché fa chiarezza e dimostra che l’unica via per l’indipendenza è quella economica.
La chiusura del conto regionale destinato a raccogliere le donazioni dei cittadini per organizzare un nuovo referendum di indipendenza del Veneto sancisce il fallimento della linea politica che individuava nell’istituzione della Regione Veneto (e nella partitocrazia che la occupa) l’interlocutore privilegiato per attuare il percorso concreto e istituzionale per l’indipendenza del Veneto. Tale sconfitta determina l’inadeguatezza e l’inconsistenza dell’attuale classe dirigente regionale veneta, a maggior ragione dopo il successo mediatico internazionale che aveva riscosso il Plebiscito Digitale del 16-21 marzo 2014, la più grande iniziativa indipendentista mai attuata in Veneto (e in generale in tutto il territorio italico).
La notizia di oggi è quindi una buona notizia, perché fa chiarezza e spazza via definitivamente alcune illusioni ideologiche residuali, sul cui equivoco da decenni campano i politici veneti senza eccezioni.
Ora è chiaro a tutti infatti che NON esiste una via politica regionale all’indipendenza, rebus sic stantibus.
L’indipendenza, per ottenerla dappieno, ce la dovremo “comprare”.
Non ci riferiamo alla sola speculazione ideale (e corretta in termini di finanza pubblica) che deriva dal calcolo del diverso impiego del residuo fiscale che ogni anno da decenni vede rubare ai veneti 15-20 miliardi di euro da parte dello stato italiano.
Ci riferiamo bensì alla creazione di un nuovo, inedito, virtuoso ed innovativo meccanismo e ciclo economico che permetta alla nostra terra di attrarre capitali e investitori internazionali (grazie anche all’opera sinergica di organizzazioni da noi ispirate che hanno come finalità proprio la piena indipendenza del Veneto).
Detta così appare un’opera di tale complessità da farla ritenere ai più un sogno di difficile realizzazione. Allo stesso modo in cui definirono una chimera, un’utopia la realizzazione di un referendum digitale per l’indipendenza del Veneto, quando lo annunciammo per la prima volta al pubblico poco più di due anni fa, in un evento pubblico tenutosi ad Este (PD).
Noi questo faremo, anzi già lo stiamo facendo. In silenzio per ora, ma con atti concreti che a tempo debito troveranno anche una visibilità pubblica ed internazionale.
Grazie a tale modello di sviluppo, il Veneto e le regioni limitrofe potranno intercettare le opportunità che derivano dai grandi cambiamenti geopolitici in corso, che spaziamo dai trattati di partenariato transcontinentale, alle nuove vie della Seta, fino all’emergere di una nuova Europa che ad est oggi trova proprio nel Veneto il proprio naturale interlocutore e che permetteranno a Venezia di poter recitare il ruolo che le è proprio di capitale di un nuovo hub globale nel centro dell’Europa e cerniera con l’intera area euroasiatica da un lato ed atlantica dall’altro.
Ci sono molte cose da cambiare rispetto alla situazione attuale, è vero. In particolare nel tessuto sociale, gravemente compromesso dalla contaminazione con la cultura italiana imperante della corruzione, della malversazione, del pressapochismo, che nel giro di una settimana e nell’indifferenza generale ha visto finire arrestati per tangenti et similia il presidente della Rete Ferroviaria Italiana, dirigenti di primo livello dell’Anas, amministratori ed ex di varie città italiane, il vicepresidente della regione Lombardia, oltreché gli indegni spettacoli di miseria umana di colui che per 15 anni è stato presidente della Regione Veneto, l’inqualificabile Galan, che qualcuno vorrebbe ora come insegnante di educazione civica.
È altrettanto vero d’altro canto che oggi esistono strumenti di intervento che permettono di attuare progetti e interventi anche di “ingegneria sociale” e culturale che un tempo erano impossibili. E il Veneto indipendente ha tutte le carte in regola per unirsi a un arco di prosperità culturale delle nazioni civili del mondo, una volta che avrà saputo tagliare il cordone ombelicale con il regno del malaffare più miserabile del mondo, lo stato italiano parassita.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO PER IL VENETO NELLA NUOVA EUROPA
Le opportunità in una fase di grandi cambiamenti e i nuovi strumenti di attrazione degli investimenti internazionali possono permettere a Venezia e al Veneto di diventare un nuovo strategico hub globale sull’esempio di Singapore
Nelle suo editoriale odierno “Le Ragioni del nord”, Dario Di Vico usa la lente di ingrandimento su alcuni fattori della questione settentrionale, che determinano a suo dire la crisi del localismo.
In particolare egli analizza:
- l’abbandono del tema da parte della lega nord di Salvini, che si riscopre forza centralista (questa a nostro avviso è un’opportunità per gli indipendentisti, in quanto viene meno la colonizzazione strumentale da parte di un partito che si è dimostrato centralista nei fatti);
- la disastrosa e fallimentare conduzione dei due principali istituti di credito veneti, Banca Popolare Vicentina e Veneto Banca, che ha portato alla distruzione di ricchezza per un valore equivalente tra i 5 e i 7 miliardi di euro (e che pone in grave crisi il modello di controllo territoriale sia del pd sia della lega);
- la “riscossa” di Milano (come la definisce lo stesso Di Vico).
La sua tesi è quindi che gli esponenti del “localismo” debbano inseguire un nuovo modello, agganciandosi a Milano e abbandonando la logica dei campanili.
Di Vico è un commentatore estremamente attento ed intelligente e ad egli, come ad altri, non sarà sfuggito un particolare. Ovvero che nell’economia contemporanea, in altre parti del globo che oggi dimostrano di correre molto più velocemente dell’Italia, che a ben vedere tanto in fretta non cresce, la parte del leone non viene fatta dal capitale pubblico, bensì dagli investimenti privati.
Negli ultimi sei mesi, la sola Temasek Holdings, una tra le tante società di venture capital di Singapore che opera con particolare focus in Olanda e più in generale in Europa Occidentale ha investito in nuove idee imprenditoriali la cifra di 4,7 miliardi di euro. Società come questa ne esistono a centinaia. Da una nostra rapida ricerca ne abbiamo trovato circa 500 che hanno investito almeno 10 milioni di euro nell’ultimo anno, tutti nell’economia reale, ovvero in aziende, o progetti di impresa che siano divenuti società. Negli Stati Uniti d’America, il rapporto tra investimenti derivanti da sistemi di capitale privato e investimenti da parte di banche è di nove volte a uno.
Sulla base di ciò, la nostra ricetta è pertanto diversa, condividendo l’assoluta antistoricità delle logiche di campanile isolazioniste, ma anche consapevoli del momento storico che stiamo attraversando.
Il Veneto e le ragioni limitrofe debbono quindi riuscire ad intercettare le opportunità che derivano proprio dai grandi cambiamenti geopolitici in corso. I grandi trattati di partenariato transcontinentale, le nuove vie della Seta e l’emergere di una nuova Europa che ad est oggi trova proprio nel Veneto il proprio naturale baricentro logistico, permettono a Venezia di poter interpretare un ruolo nuovo (che per certi versi è anche un ritorno a un’antica vocazione storica).

Le leve economiche da utilizzare per realizzare tutto ciò non sono quelle trite e ritrite del sistema bancario che, ad ogni livello, in Italia – e in Veneto in particolare – è assolutamente compromesso. Bensì quelle dei nuovi sistemi di capitale privato, che attraverso il private equity e il venture capital stanno disegnando i nuovi hub di start up in Europa, dai quali, guarda caso, manca proprio l’Italia.
Se le élite politico-economiche devono recitare un ruolo, non è certo quello che oggi recitano sia a livello di governo centrale con il modello Renzi sia a livello di governo locale con il modello Zaia ovvero del più autentico esercizio del potere fine a sé stesso, che una volta qualcuno avrebbe definito autentico voto di scambio, bensì debbono diminuire drasticamente la propria deleteria volontà di intermediazione tangentizia e saper invece interpretare le nuove logiche di attrazione degli investimenti internazionali, che oggi sempre più rappresentano ciò che il Nilo rappresentava per l’antico Egitto, ovvero la fonte primaria e vitale di sviluppo socio-economico.
I modelli e gli esempi ci sono già, ma su questo punto torneremo quanto prima, con i fatti.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
L’INTERCONNESSIONE DIGITALE È PIÙ FORTE DELL’ISOLAZIONISMO DELLE POLITICHE NAZIONALISTE
La decisione della Corte Europea di Giustizia sulla fine del Safe Harbour azzoppa l’UE nel mondo globale
Le sfide poste dalla dinamicità delle evoluzioni tecnologiche e socio-economiche contemporanee fanno diventare con sempre maggiore frequenza obsoleti anche i libri di fantascienza più avveniristici di pochi anni or sono. Oggigiorno, anche le crisi industriali come quella delle ultime settimana della Volkswagen si trasformano in spinte positive secondo un meccanismo di distruzione creativa schumpeteriana che magari porteranno all’accelerazione verso l’introduzione di veicoli elettrici autoguidanti.
Peer-to-peer, sharing and cloud economy, disintermediazione, intelligenza artificiale sono solo alcuni esempi che portano alla crescita generale della conoscenza e all’avanzamento generale delle condizioni di vita dell’umanità. L’unico campo – senza ironia – in cui ciò fatica a realizzarsi è quello della politica, la cui scienza continua ad abbeverarsi alla sacra fonte di testi e convinzioni di secoli or sono, che purtroppo appaiono come scolpiti nella pietra, spesso unico ostacolo all’evoluzione umana e al benessere generale e diffuso. Dietro al paravento di valori ideali traditi alla prima occasione, le élite politiche – in particolare quelle della vecchia Europa – nascondono i simulacri della gestione di un potere fine a sé stesso che con grande frequenza viene abusato.
I sistemi politici e di governance utilizzano modelli sempre più vecchi e inefficaci e sopperiscono ai loro limiti con sempre maggiore utilizzo di meccanismi basati sulla leadership. L’effetto è la durata sempre minore della fase di innamoramento tra cittadini e leader, che dopo le lune di miele iniziali vengono con sempre maggiore frequenza messi rapidamente alla berlina. L’inefficacia e la miopia delle politiche e delle strategie adottate trovano poi soluzioni di continuità dettate dalla litigiosità e dalle sentenze di tribunali, come ad esempio l’infausta decisione della Corte Europea di Giustizia che ieri ha posto fine al Safe Harbour (il trattato tra UE e USA che consentiva la condivisione di dati tra i due continenti), con ciò ponendo una seria spada di Damocle su molte attività economiche digitali (si stimano circa 4.000 società di ogni dimensione) che tanta linfa hanno portato alla crescita economica generale. Tra l’altro il danno economico principale che ne deriverebbe coinvolgerebbe le piccole e medie aziende europee più di ogni altra.
I sistemi politici contemporanei devono evolvere la forma statuale verso organizzazioni più snelle ed efficaci che permettano al mondo un nuovo equilibrio basato su hub globali che favoriscano quindi l’interconnessione territoriale a livello profondo e promuovano una nuova forma di civiltà globale interconnessa.
Anche i confini statuali rappresentano un modello insufficiente e retaggio del passato fondato sulla necessità di difendersi dalle guerre. La visione futura che ci piace ipotizzare è di perimetri territoriali democraticamente controllati (“domini statuali”) che permettano ai cittadini-utenti di muoversi liberamente tra di essi, magari semplicemente dotandosi di carte servizi che consentano loro di adeguarsi ai diversi framework giuridici ed operativi, ma senza bloccare il libero flusso delle persone. L’aspetto positivo per il cittadino potrebbe anche essere dato dalla possibilità, secondo modalità compatibili con la sicurezza, di interrogare direttamente il sistema informativo pubblico per conoscere le interrogazioni effettuate in merito ai propri dati e laddove si ravvisino abusi, poter procedere legalmente a propria tutela. A quel punto il primo difensore della privacy sarebbe direttamente il cittadino titolare dei propri dati, secondo il principio sacrale della proprietà privata, che si estende anche nella sfera digitale. Tutto ciò non limita la sicurezza, anzi la rafforzerebbe, grazie al più agevole tracking – legittimo – di movimenti.
Illusione? Non credo più di tanto, considerata l’estrema convenienza generale e diffusa che si avrebbe da un sistema di tal fatta. Probabilmente, se non si riuscirà ad accelerare verso una condivisione internazionale di policy più avanzate di interconnessione digitale, i passaggi intermedi potrebbero essere dati dall’adozione dal basso di politiche innovative avanzate, partendo dall’esperienza di stati particolarmente ispirati in tal senso, come ad esempio l’Estonia, oppure come sarà il Veneto indipendente, oppure da Paesi terzi che sappiano godere di buone relazioni tali da divenire giurisdizioni franche meta-internazionali.
Oppure – perché no? – direttamente dallo spazio al cyber-spazio.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
IL DIRITTO INTERNAZIONALE NON OSTACOLA LA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA (E DEL VENETO)
Artur Mas è ora legittimato democraticamente a perseguire l’indipendenza da una Spagna antidemocratica che, a differenza del Canada e del Regno Unito con Quebec e Scozia, impedisce ai catalani di pronunciarsi tramite referendum istituzionale
Le elezioni catalane del 27 settembre rappresentano un’affermazione storica per la coalizione indipendentista, che dà ad essa il pieno mandato per procedere nella strada verso la piena indipendenza della Catalogna dalla Spagna.
Contrariamente a quanto molti commentatori unionisti rilevano infatti, le elezioni regionali hanno un risultato inequivocabile: il mandato a governare è democraticamente e irreversibilmente nelle mani di Artur Mas e nessun altro può prendere le redini del governo.
Il fatto poi che la legge spagnola impedisca ai catalani di organizzare un referendum istituzionale per l’indipendenza facilita loro il compito e tra l’altro conferisce una odiosa patente antidemocratica a Madrid, se si pensa che quando Cameron offrì la possibilità agli scozzesi di votare il proprio referendum per l’indipendenza, lo Scottish National Party aveva ottenuto il 44% dei voti nel 2011 e che in Quebec il primo referendum indipendentista fu organizzato dopo che il Partito Québécois ottenne il 41,3% dei voti nel 1976.
Oggi la coalizione indipendentista catalana con il 48% dei voti ha superato entrambi i partiti indipendentisti e scozzesi in termini percentuali, eppure Madrid non concede alcun referendum.
Per tale ragione Artur Mas e gli indipendentisti catalani fanno bene a continuare il proprio percorso, anche alla luce, per esempio, del parere espresso dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’ONU de L’Aja che il 22 luglio 2010 ha sancito come la dichiarazione di indipendenza unilaterale in un caso simile, come era quello del Kosovo, non avesse violato il diritto internazionale.
Per quanto riguarda il Veneto, la situazione è differente, in quanto il consenso per l’indipendenza è a livelli plebiscitari, come certificato dal Referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014. Nel nostro caso però gli avversari dell’indipendenza sono due, i politici italiani e quelli veneti, rappresentati dai due partiti che a livello centrale e a livello locale esercitano il potere partitocratico nel nome dello stato italiano: il Pd a Roma e la Lega nord a Venezia. Anche nel caso del Veneto, la soluzione è rappresentato da quanto consentono le leggi internazionali, dopo il pronunciamento della CIG citato.
Al di là di esempi diversi che storicamente si sono verificati e che nessuno auspica, è sacrosanto che ogni Popolo è legittimato ad esercitare il proprio diritto di autodeterminazione secondo ogni possibile percorso pacifico che lo Stato centrale gli consente di esprimere, nel rispetto della legge internazionale. Il referendum è una strada, laddove è consentita. La dichiarazione di indipendenza è un’altra strada, laddove ad esempio il referendum istituzionale è proibito, come avviene in Spagna e come avviene in Italia.
In Catalogna da ieri si è avviato un percorso originale in tal senso.
Allo stesso modo, il percorso per l’indipendenza del Veneto pertanto non può che rifarsi alla dichiarazione di indipendenza del Veneto proclamata a Treviso il 21 marzo 2014 e che oggi trova proseguimento fattivo da parte di Plebiscito.eu (e l’unica strada concreta aperta a qualsiasi livello) nel progetto di emancipazione economica del Veneto attraverso l’impiego di sistemi di capitale privato che consentano alle imprese venete di bypassare il sistema politico, fiscale e bancario italiano, attraverso progetti economici concreti. I primi rivoli carsici già stanno prendendo forma e sostanza, in attesa di essere visibili alla luce a tutti.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
INDIPENDENZA DEL VENETO: CHI FA DA SÉ FA PER TRE
Dal teatrino disperato della politica italiana si esce solo con gli strumenti privatistici della modernità: economici, tecnologici e di carattere internazionale
Tagli alla sanità. Disastri meteorologici spesso prevedibili senza le coperture economiche di emergenza per pagare i danni ambientali. Assenza di un qualsivoglia piano strategico, di sviluppo industriale, economico, sociale, o anche solo uno straccio, o una parvenza di esso. Taglieggiamento continuato pluriennale da parte dello stato centrale, con un residuo fiscale nei confronti dell’Italia che oscilla tra i 15 e i 21-22 miliardi ogni anno. Piagnistei continui privi di alcun effetto pratico.
Stiamo parlando ovviamente del Veneto.
Il Veneto di oggi è allo sbando, privo anche solo dell’ombra di una classe dirigente.
In un’Europa che sta assistendo in diretta alle lacerazioni e alle spinte geo-politiche e ora anche migratorie, il Veneto si trova come in un’isoletta spensierata dove i suicidi degli imprenditori oramai nemmeno più scuotono le coscienze e difficilmente fanno notizia.
I cimiteri industriali che sempre più continuano a corredare i panorami delle nostre periferie lasciano spazio alla pura arte retorica della comunicazione fine a sé stessa, che per quanto riguarda il Veneto è nelle mani del governatore e del suo partito, da sempre impareggiabile nello sfruttamento delle polemiche politiche e populistiche senza costrutto alcuno e della sua controparte, il pd, che recita il ruolo di primo attore del partito-stato che controlla il governo centrale.
E l’indipendenza del Veneto? Che fine ha fatto si chiedono in molti? A sei giorni dal voto catalano, in cui il Presidente Artur Mas e le forze catalane autenticamente indipendentiste hanno saputo creare una lista unitaria plebiscitaria che chiede ai cittadini catalani il via libera al processo di piena indipendenza della Catalogna, il Veneto pare aver fatto giganteschi passi indietro nel proprio percorso di autodeterminazione.
Le ultime elezioni regionali hanno infatti sepolto sotto le macerie chi non ha voluto riconoscere il significato del più grande evento indipendentista mai concepito e che ha saputo attirare in Veneto l’attenzione di tutti i media internazionali, ovvero il Plebiscito Digitale per l’indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014.
L’illusione che vi fosse una via istituzionale regionale che portasse all’indizione di un referendum indipendentista “istituzionale” italiano indetto dalla Regione Veneto è stata definitivamente spazzata via dalla Corte costituzionale con la propria sentenza 118 del 29/04/2015. Secondo i Dioscuri dell’ortodossia costituzionale tricolore, non solo i cittadini veneti non hanno infatti il diritto di esprimersi sul proprio destino tramite referendum istituzionale regionale, ma nemmeno esso può essere oggetto di alcun tipo di provvedimento da parte di chicchessia, nemmeno il parlamento stesso, tanto da fargli scrivere che “l’unità della Repubblica è uno di quegli elementi così essenziali dell’ordinamento costituzionale da essere sottratti persino al potere di revisione costituzionale”.
Come abbiamo sempre affermato, dopo che l’89,10% degli elettori veneti aveva sancito la propria volontà sovrana a favore dell’indipendenza del Veneto nel marzo 2014, la via istituzionale regionale era divenuta semplicemente pleonastica (se non onanistica), un “di più” inutile, a maggior ragione considerata la natura autoritaria dell’impianto costituzionale italico.
Anche la via alle consultazioni per maggiori gradi di autonomia appare francamente insensata e rappresenta una totale perdita di tempo. Casomai, anche se solo come tattica, avrebbero dovuto essere portate avanti nel 2006, dopo la schiacciante vittoria con il 55,3% dei votanti del Veneto nel referendum costituzionale per la devolution. Appare poi chiaro che maggiore autonomia in uno stato come quello italiano appare una forma controproducente volta solo ad aumentare il sottobosco governativo e il potere del secondo attore del partito-stato italiano, la lega nord, che assieme al pd costituisce il fronte unito del gattopardismo tricolore, il cui motto è il sempiterno “cambiare tutto affinché nulla cambi”.
Quindi, in tale scenario, qual è la risposta più corretta da dare alla domanda “che fare?”
Per quanto ci riguarda, non siamo alla ricerca di risposte a tale domanda, in quanto le abbiamo già date.
L’unica via d’uscita alla situazione attuale per noi è semplice. Ed essa non è politica, è economica.
È autoevidente a tutti che nel mondo contemporaneo esiste infatti un primato di fatto dell’economia sulla politica, che è venuto meno solo in rarissime circostanze storiche. È altrettanto evidente che oggi sia vincente nel sistema economico-finanziario un modello capitalistico che trova più forza nel privato che nel pubblico. La soluzione reale e concreta per ottenere l’indipendenza del Veneto consiste pertanto nel creare un nuovo sistema economico veneto che non dipenda dal sistema politico italiano, del quale il sub-sistema regionale veneto ne è una diramazione sotto il suo pieno e totale controllo. Serve invece percorrere una via “privata”, eppur sistemica, alla piena indipendenza economica del Veneto.
È possibile realizzare ciò? Nel passato esso poteva apparire un compito superiore a qualsiasi capacità, ma grazie agli strumenti della modernità, economico-finanziari e tecnologici, oggi tale obiettivo, pur enormemente ambizioso, è divenuto alla portata di chi ne abbia sufficienti risorse, competenza, capacità e determinazione per affrontare una sfida di carattere internazionale.
In tale scenario si comprende perché Plebiscito.eu NON sta effettuando campagne territoriali e di comunicazione. Siamo semplicemente impegnati nella creazione del modello concreto per la piena indipendenza del Veneto, che seguirà la creazione del meccanismo di indipendenza economica degli imprenditori veneti dal sistema politico italiano.
Esso sta già avvenendo, nei fatti. Abbiamo competenze, capacità e determinazione da vendere e stiamo raccogliendo le risorse necessarie allo scopo. Quando avremo raggiunto una dimensione che non permetterà reazioni conservative, allora partirà anche la fase di comunicazione nel territorio. Fino ad allora lasciamo il campo a chi fa dei piagnistei o della lotta contro i mulini a vento il proprio programma d’azione da decenni a questa parte.
Noi invece, come sempre, preferiamo la concretezza dei risultati.
Fatta chiarezza ancora una volta del nostro percorso, si rende pertanto necessaria anche una trasformazione del movimento che lo supporta, Plebiscito.eu. Fin dalla sua creazione i risultati che abbiamo saputo ottenere sono stati resi possibili grazie alla straordinaria azione dei nostri impareggiabili volontari, che in grande numero si sono prodigati in un’azione nel territorio fantastica. Oggi è necessaria una nuova trasformazione da “volontari”, ovvero da persone che si rendono disponibili per un periodo di tempo limitato su base spontanea, ad “attivisti”, ovvero da persone che agiscono con dedizione totale, per il tempo di attività che riescono a garantire, a supportare le priorità d’azione individuate. Essendo oggi la struttura organizzativa totalmente dedicata alla crescita del “motore economico” propedeutico all’indipendenza, ovvero Plebiscito.eu Club, non possiamo purtroppo permetterci “fisicamente” il lusso di dedicare risorse ed energie in “autoconsumo” per altre attività, come inevitabilmente avviene in organizzazioni spontanee su base volontaria.
Il passaggio da volontari ad attivisti non è semplice e non è per tutti. A chi non sarà in grado di farlo, chiediamo pazientemente di aspettare il momento in cui ripartirà la nostra azione nel territorio. Chi non vuole aspettare e non comprende lo sforzo straordinario che è in atto nel presente, può sempre decidere di impegnarsi in altre organizzazioni o movimenti, se la propria priorità è il sentirsi impegnato e non il contribuire al progetto concreto di indipendenza che abbiamo concepito.
Da un punto di vista giuridico, la nostra forza deriva dall’essere il diritto internazionale un diritto “di fatto”. La base giuridica della nostra azione indipendentista affonda semplicemente in pilastri del diritto di autodeterminazione scolpiti dal diritto delle genti nel secondo dopoguerra, tra cui in particolare merita ricordare:
- L’art. 1 c. 2 dello Statuto dell’ONU, ratificato anche dall’Italia con la propria legge 17 agosto 1957, n. 848, che recita:
“(The Purposes of the United Nations are: …) To develop friendly relations among nations based on respect for the principle of equal rights and self-determination of peoples, and to take other appropriate measures to strengthen universal peace”.
(I fini delle Nazioni Unite sono di) Sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio di parità di diritti e l’autodeterminazione dei popoli, e prendere altre misure appropriate per rafforzare la pace universale “.
- I Trattati internazionali firmati a New York il 16 e il 19 dicembre 1966 e ratificati dall’Italia con Legge n. 881/1977, che all’art. 1 recita:
“1. Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”.
“2. Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali, senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica internazionale, fondata sul principio del mutuo interesse, e dal diritto internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza”.
“3. Gli Stati parti del presente Patto, ivi compresi quelli che sono responsabili dell’amministrazione di territori non autonomi e di territori in amministrazione fiduciaria, debbono promuovere l’attuazione del diritto di autodeterminazione dei popoli e rispettare tale diritto, in conformità alle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite”.
- Il Parere del 22 luglio 2010 (Kosovo) espresso dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG),
che ha sancito che, in tema di “conformità al diritto internazionale della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo”, ha chiarito che come risulta dal testo della dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008 e dalle circostanze nelle quali questa è stata adottata, gli autori della dichiarazione (di indipendenza, ndr) non agirono nella loro qualità di membri di una delle istituzioni di autogoverno operanti nell’ambito della “cornice costituzionale” ma adottarono tale dichiarazione come individui che agivano di concerto in qualità di rappresentanti del popolo kosovaro al di fuori della cornice dell’amministrazione provvisoria. Cosa che fecero anche i dieci cittadini veneti chiamati a rappresentare le istanze derivanti dalla prevalenza dei Sì nel Plebiscito Digitale con la dichiarazione di indipendenza del Veneto proclamata a Treviso il 21 marzo 2014 (art. 11 del Regolamento Generale del Plebiscito Digitale, depositato presso tutti i Comuni del Veneto).
La sovranità dei veneti si attuerà compiutamente secondo le modalità effettive che essi sapranno dimostrare al mondo. Lasciamo pure il campo del teatrino della politica regionale veneta ai piagnoni da commedia dell’arte che calcano le scene del nostro martoriato Veneto, mentre realizziamo un progetto ambizioso, almeno quanto lo è stata l’organizzazione del referendum di indipendenza del Veneto: la “privatizzazione” del sistema economico del Veneto indipendente, con un’infrastruttura sistemica di supporto “politico” di natura transnazionale e internazionale, che ben presto, non appena le condizioni saranno sufficienti, saprà trasformarsi in men che non si dica nel sistema istituzionale di carattere pubblico della Repubblica Federale Veneta.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu