INDEPENDENCE OF VENETO, STRASBOURG, EUROPEAN COURT OF HUMAN RIGHTS: GIANLUCA BUSATO LAUNCHES THE APPEAL AGAINST ITALY
The appeal, which is composed of 471 pages and of 25 attachments, following the verdict 118/2015 of the Constitutional Court, evokes the previous verdict of the International Court of Justice on Kosovo’s independence, applying it to Veneto. A compensation of 600 billions euro have been asked for the last 30 years of tax robberies: “Stop the Italian tax colonialism in Veneto”.
[Strasbourg, 21st of December 2015] – Today, 21 months exactly after the declaration of independence of Veneto held on the 21st of March 2014, Gianluca Busato presented to the European Court of Human Rights in Strasbourg the Appeal against Italy, seen and considered the breach of several articles of the European Convention on Human Rights and Fundamental Freedoms and the relative subsequent Protocols, which occurred with the Italian Constitutional Court verdict n. 118/2015.
This verdict aims to seriously violate the inalienable right to self-determination (individually and / or collectively expressable for the citizens of Veneto), violation which becomes even more severe considering its continuous form, given the unappealable nature of the Italian Constitutional Court.
Considering the formulary and its 25 annexes, the appeal consists of 471 pages, which also include a large number of requests by way of compensation, made by Gianluca Busato by virtue of the mandate he received by the citizens of Veneto through the Digital Plebiscite held on March 2014. Among them: the request for the Court to recognize the non-violation of the international law for the organizers of the referendum for independence of Veneto (held from the 16th to 21st of March 2014) and the subsequent declaration of independence of the Veneto. The claim for direct and indirect damage to the citizens of Veneto was estimated at 600 billions euro, equivalent to the residual tax of Veneto of the last thirty years, undiscounted.
Particularly, the appeal shows that the decisione of Plebiscito.eu (Organizing Committee of the Referendum for independence of Veneto held form the 16th to 21st March 2014) for Veneto, was in line with the Advisory Opinion of the International Court of Justice ( ICJ) on the declaration of independence of Kosovo of 22nd of July 2010, regarding the private celebration of a referendum, seen that the Venetian referendum for indipendence was celebrated in accordance with the Resolution 44/2012 of the Region of Veneto. Moreover, also the declaration of independence of Veneto after the victory of the “Yes” during referendum through certified expression of an absolute majority of those entitled to vote.
For that concerns the celebration of the referendum for indipendence of Veneto held from the 16th to 21st of March 2014, as implicitly confirmed by the Constitutional Court of the Italian Republic, the private pathway is the one and only that has had the espressed recognition of the ICJ, considering the absence of explicit relative provisions in the Constitution, as it happens in the case of the Italian Republic.
However, with respect to the declaration of independence of the Veneto, by analogy with the judgment of the ICJ, there is no prohibition applicable to the promulgation of declarations of independence, with the result that the declaration of independence of Kosovo of the 17th of February 2008 is not in violation of the general international law, as there is no legal impediment to the international declaration of independence proclaimed in Veneto, city of Treviso on the 21st of March 2014.
There’s even more. According to the ICJ, in fact, the respondents would not have acted as officer/s provided by the constitutional framework, but would have operated as constituting authority/ies of a new state, which, for its nature, is outside from the constitutional framework that did not provide such formo f power, and by analogy, the respondents acted as authors of the declaration of independence proclaimed in Veneto, city of Treviso on the 21st of March 2014. Moreover, starts from today the signatures gathering among the citizens of Veneto, in order to present a petition that will be attached to the appeal to the ECHR itself, under the terms of the Regulation.
Gianluca Busato said: “This is a critical step in the path towards full independence of Veneto. In a sense, we have to thank the Italian Constitutional Court, as allowed us to “clear” the Venetian quest, eliminating every possibility of remedy for the Italian state and, as a consequence, allowing us to appeal to the interna
tional courts. The first is obviously the ECHR, because the judgment has trampled basic rights and human freedoms. Our appeal wanted to finally denounce the particular form of “love” that binds the Italian Republic to Veneto, as demonstrated by the time series analysis of regional fiscal residues that appear only one way and always unfavorable to Venetian citizens and their territory , taking shape as the more continuous evasion of economic resources in a specific territory for the benefit of others, rather than “solidarity”. In historical terms this phenomenon, as occurred in much smaller forms, was never defined as “solidarity”, but as “colonialism “.
Press Office – Plebiscito.eu
INDIPENDENZA DEL VENETO, STRASBURGO: GIANLUCA BUSATO PRESENTA RICORSO CONTRO L’ITALIA ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
Il ricorso di 471 pagine e 25 allegati a seguito della sentenza 118/2015 della Corte Costituzionale evoca anche per il Veneto il precedente della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sull’indipendenza del Kosovo. Chiesti 600 miliardi di euro di risarcimento danni per gli ultimi 30 anni di rapine fiscali: “stop al colonialismo fiscale italiano in Veneto”.
[Strasburgo, 21 dicembre 2015] – Oggi, a 21 mesi esatti dalla dichiarazione di indipendenza del Veneto del 21 marzo 2014, Gianluca Busato ha presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo il Ricorso contro l’Italia, a seguito della violazione molteplici Articoli della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali e dei successivi Protocolli avvenuta con la sentenza della Corte Costituzionale 118/2015.
Tale sentenza mira a conculcare in modo grave l’inalienabile diritto di autodeterminazione soggettivo e/o in forma collettiva dei cittadini del Veneto, violazione ancora più aggravata perché avviene in forma continuativa, data la natura inappellabile della Corte Costituzionale Italiana.
Il ricorso si compone di 471 pagine tra formulario e i 25 allegati, che comprendono anche una nutrita serie di richieste a titolo risarcitorio, effettuate da Gianluca Busato in virtù del mandato ricevuto dai cittadini veneti tramite il Plebiscito Digitale di marzo 2014. Tra di esse spiccano la richiesta alla Corte di riconoscimento della non violazione del diritto internazionale da parte degli organizzatori del referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo e della successiva dichiarazione di indipendenza del Veneto. La richiesta di risarcimento danni diretti e indiretti nei confronti dei cittadini veneti è stata stimata in 600 miliardi di euro, equivalenti al residuo fiscale del Veneto negli ultimi trent’anni, non attualizzato.
In particolare, dal ricorso emerge che anche per il Veneto si è confermato come la decisione di Plebiscito.eu, Comitato Organizzatore del Referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014, fosse in linea con il Parere Consultivo della Corte internazionale di Giustizia (ICJ) sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 22 luglio 2010 sia per quanto attiene alla celebrazione di un referendum sotto forma privata, in ottemperanza alla Risoluzione 44/2012 della Regione Veneto sia relativamente alla dichiarazione di indipendenza del Veneto successiva alla vittoria dei Sì nel referendum con espressione certificata della maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto.
Per quanto riguarda infatti la celebrazione del Referendum di indipendenza del Veneto del 16-21 marzo 2014, come implicitamente confermato dalla stessa Corte Costituzionale della Repubblica Italiana, la via referendaria privata è l’unica che abbia avuto riconoscimento espresso dalla ICJ, in assenza di esplicite previsioni nella carta costituzionale, come avviene nel caso della Repubblica Italiana.
Per quanto concerne invece la dichiarazione di indipendenza del Veneto, per analogia con la citata sentenza della ICJ, non esiste nessun divieto applicabile alla promulgazione di dichiarazioni di indipendenza, con la conseguenza che la dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008 non è in violazione del diritto internazionale generale, così come non esiste alcun impedimento di diritto internazionale alla dichiarazione di indipendenza del Veneto proclamata a Treviso il 21 marzo 2014.
C’è di più. Secondo la ICJ, infatti, i dichiaranti non avrebbero agito nella loro qualità di organo/i previsti dal quadro costituzionale, ma avrebbero operato come autorità costituenti un nuovo Stato, per l’appunto al di fuori di tale quadro costituzionale che un tale potere non prevedeva, così come allo stesso modo, per analogia, hanno agito gli autori della dichiarazione di indipendenza del Veneto proclamata a Treviso il 21 marzo 2014. Da oggi inoltre partirà anche una raccolta di firme tra i cittadini veneti, per una petizione popolare che sarà allegata al ricorso alla stessa CEDU, secondo i termini previsti dal regolamento.
Gianluca Busato ha dichiarato: “si tratta di un passaggio fondamentale nel percorso verso la piena indipendenza del Veneto. In un certo senso dobbiamo ringraziare la Corte Costituzionale italiana, poiché ci ha permesso di “sdoganare” la questione veneta esaurendo ogni possibile ricorso interno allo stato italiano e permettendoci così di adire le corti internazionali. La prima è ovviamente la CEDU, in quanto la sentenza ha calpestato basilari diritti e libertà umane. Con il ricorso si è voluto infine denunciare la particolare forma di “affetto” che lega la Repubblica Italiana al Veneto, come dimostra l’analisi delle serie storiche dei residui fiscali regionali che appare a senso unico e sempre sfavorevole ai cittadini veneti e al loro territorio, configurandosi più come sottrazione continuata di risorse economiche a uno specifico territorio a vantaggio di altri, piuttosto che “solidarietà”. In termini storici tale fenomeno, quando si verificava in forme ben minori, non veniva definito “solidarietà”, bensì colonialismo”.
Ufficio stampa – Plebiscito.eu
TRA BAIL-IN E CDP, ALLA VIGILIA DEL FURTO SECOLARE DEI SOLDI DEI RISPARMIATORI VENETI E ITALIANI
La tragica situazione del sistema bancario italiano che dal 1° gennaio prevede il meccanismo del bail-in e la trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una “nuova IRI” confermano la superiorità strategica del progetto di sviluppo economico del Veneto di Plebiscito.eu
In questi giorni assistiamo a passaggi economico-finanziari cruciali che riguardano lo stivale e che non a caso si verificano ora.
Vediamone in sintesi due punti significativi:
1) il salvataggio delle banche con crediti deteriorati (il famoso “bail-in”),
2) la trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una specie di “Nuova IRI”.
Partiamo dal primo punto. A partire infatti dal 1° gennaio 2016 lo scenario cambia radicalmente con l’entrata in vigore del bail-in, che prevede di azzerare o tagliare il valore delle azioni, di tutte le obbligazioni e dei saldi di conto corrente per la parte sopra i 100 mila euro, fino a ridurre del 12% le passività di qualunque banca che riceva un aiuto di Stato.
Il problema sta in circa 350 miliardi di euro di crediti bancari deteriorati, di cui 200 sono sofferenze bancarie. Le stime reali dei crediti incagliati potrebbero essere anche superiori, come per esempio si è scoperto anche oggi all’assemblea di Veneto Banca (26% sul totale).
#VenetoBanca, l’eredità di Consoli sono 2 miliardi di capitale bruciato e questi dati. Costi più alti, crediti marci pic.twitter.com/5S2csDdxc9
— daniele ferrazza (@dferrazza) December 19, 2015
L’Italia è lo stato europeo con il problema più grave a tal proposito e si comprende bene quindi perché oggi gli altri stati europei hano ritenuto di non addossarsi nodi storici italiani che oggi vengono al pettine. La politica italiana – sia al governo sia all’opposizione – tende come sempre a ritardarne l’assunzione di responsabilità, con brutte sorprese per investitori e risparmiatori che oggi hanno solo iniziato a rendersene conto. Tutti i partiti addossano le colpe all’esterno (Europa, BCE, Germania, “le banche” e forme varie di pluto-demo-complottismo e populismo), quando il reale problema è nello squilibrio e nell’obsolescenza del sistema economico-finanziario italiano, totalmente bancocentrico. Purtroppo il sistema bancario italiano è stato ed è storicamente vassallo di oligarchie e satrapie politico-affaristiche, connivente politicamente con sistemi generalizzati di voto di scambio e occhieggiante a forme di finanziamento del sottosviluppo italiano, integrandosi alla perfezione con i ben noti meccanismi di finanza pubblica territorialmente profondamente squilibrati e profondamente ingiusti e inefficaci. Il risultato è il disastro di oggi.

Appare quindi quasi inevitabile la cura drastica del 2016, a base di furto del risparmio privato che appare sempre più probabile per ricapitalizzare le banche marce. E non è detto che funzioni. A quel punto lo scenario potrebbe diventare quello che apre le porte nuovamente alla Troika, come evocato oggi da Lars Feld, uno dei «cinque saggi» che consigliano il governo tedesco, forse il più vicino al ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble.
Il secondo punto annunciato in questi giorni dal governo Renzi è il cambio di marcia e di scopo della Cassa Depositi e Prestiti, destinata a trasformarsi in una sorta di “Nuova IRI”, con un piano annunciato che prevede di mettere a disposizione 160 miliardi di risorse “per supportare la crescita del Paese”.
Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (chiamata anche CDP S.p.A.) è la più grande società finanziaria italiana, partecipata per l’80,1% dal Ministero dell’economia e delle finanze, azionista di maggioranza. CDP gestisce una parte consistente del risparmio italiano: in particolare la sua principale fonte di raccolta è costituita dal risparmio postale (buoni fruttiferi e libretti).
Il problema principale a nostro avviso sta nell’eterno vizio della politica italiana di pensare di essere più intelligente delle logiche di mercato, cui nemmeno un gigante come CDP può sottrarsi, a maggior ragione considerato anche il ruolo che storicamente ha svolto e che continuerà a svolgere a supporto di attività delle Pubbliche Amministrazioni, per definizione poco redditizie (e che qualcuno malauguratamente vorrebbe anche estendere, per esempio, a quanto discusso al punto primo, ovvero il sostegno a banche sottocapitalizzate e con crediti deteriorati.)
Sospetto è, a tal proposito, che il Governo Renzi non abbia risposto alle tre domande che l’economista Giavazzi aveva posto ancora a giugno 2015 sul Corriere, prima che venissero nominati i nuovi vertici, che ora vedono quale nuovo Presidente il bocconiano Claudio Costamagna (per molti anni in Goldman Sachs).
Riportiamo sinteticamente le tre domande principali, lasciando alla lettura dell’ancora attuale articolo originale le argomentazioni in merito:
1) Perché l’utilizzo di questa straordinaria quantità di risparmio delle famiglie deve essere decisa dalla politica, anziché da investitori privati?
2) Se il governo italiano volesse usare la Cassa anche per risolvere crisi industriali – come ha dimostrato di voler fare nel caso dell’Ilva – dovrebbe cambiarne lo statuto. Per farlo, o estromette le fondazioni o le convince obtorto collo ad accettare una modifica dello statuto. Che intende fare?
3) Cosa pensa il governo italiano del rapporto fra Stato e mercato?
Le tragiche esperienze del passato dell’IRI – all’origine di un’infinità di problemi dell’attuale sottosviluppato sistema economico italiano e della sua incestuosa connivenza con le caste del sistema politico-clientelare – non ci lasciano di certo ottimisti di fronte a tali interrogativi, ovviamente senza risposta.
E ci convincono ancor più della giustezza del nostro progetto dedito alla creazione di un nuovo sistema economico veneto indipendente basato su venture capital e private equity, attraverso un sistema di capitali privati, non affidando più alla deleteria, immorale, corrotta, incapace e tutto fuorché disinteressata mano pubblica che fino ad oggi ha dimostrato di non agire nell’interesse veneto e tutto sommato neanche in quello italiano.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
VENETO BANCA, LA BRUTTA STORIA DELLA LEGA DI ZAIA, DI BRUNO VESPA E DELLE MOGLI DI CHI HA INNESCATO UNA BOMBA SOCIO-ECONOMICA PER IL VENETO
Sono molte le domande senza risposta da parte di personaggi eccellenti (e dei loro parenti) legati al potere dello stato italiano a vario titolo implicati nelle vicende delle Banche Popolari Venete
Zaia continua a dire che la lega e la politica non c’entrano nulla con lo scandalo di Veneto Banca che ha distrutto un patrimonio impressionante colpendo oltre 88.000 azionisti – che hanno perso in una notte l’80% del valore delle proprie azioni – e un numero indefinito di obbligazionisti e risparmiatori.
Sarà anche vero, ma alcune domande sorgono spontanee.
Perché la moglie di Trinca, già presidente di Veneto Banca, siede nella giunta comunale guidata della lega zaiana di Montebelluna, come riporta il sito del comune?
Analoghe domande sorgono spontanee per alcuni famosi personaggi megafono della politica, come il conduttore Bruno Vespa.
Risponde al vero che Bruno Vespa sia riuscito a vendere le proprie azioni di Veneto Banca verso la fine del 2014, quando Standard & Poor’s già aveva classificato Veneto Banca poco più che spazzatura e già da tempo moltissimi soci con piccole quote tentavano invano di riscattarle? Chiediamo a Bruno Vespa se sia vero che ha anche avuto il coraggio di dire di essere stato ben consigliato in merito.
Ci dicono infatti che Vespa sarebbe riuscito a vendere ben 205.000 azioni di Veneto Banca al prezzo massimo di 40.25 euro x un controvalore di oltre 8 milioni e cento mila euro, a quanto pare tramite il suo amico Consoli. Speriamo che Vespa smentisca queste notizie.
Altra curiosità: la moglie di Consoli e la moglie di Vespa hanno acquisito in società una masseria in Puglia di circa 550 ettari. Queste informazioni paiono essere comprovate da un verbale della guardia di finanza dopo le varie ispezioni che si sono susseguite in Veneto Banca dall’anno scorso. Anche in questo caso speriamo che Vespa smentisca queste notizie.
Dulcis in fundo, l’estromesso ex presidente della suddetta banca e compagno di merende di Consoli, il già citato sig. Trinca è tutt’oggi presidente di BIM, la banca d’affari del gruppo che Veneto Banca non è riuscita a vendere alla Banca Svizzera Italiana lo scorso mese.
Perché con queste notizie mai smentite continuare a dare fiducia da un lato all’attuale management di Veneto Banca che continua ad essere legato alla vecchia gestione e a chi gestisce la politica veneta che nomina come propri assessori le mogli dei responsabili della bomba socio-economica che sta dilaniando le famiglie e le imprese venete?
A chi legge le risposte. Noi da tempo le abbiamo già date e per questo operiamo per una sana moderna indipendenza del Veneto che ci sleghi dalla commistione con il marcio sistema italiano e ci consenta di entrare a far parte del mondo civile.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
I DESAPARECEDISOS DEL JOBS ACT
Alcune considerazioni sull’occupazione
Le disposizioni in merito al contratto di lavoro a tutele crescenti contenute nel Decreto Legislativo 23/2015 e facenti parte del complesso di norme di riforma del mercato del lavoro, comunemente chiamato Jobs Act, nelle intenzioni del governo italiano sono state approntate per favorire le assunzioni a tempo indeterminato.
Vediamone gli effetti dopo 8 mesi di applicazione. Il provvedimento entra in vigore il 7 marzo 2015. I dati Istat, (http://www.istat.it/it/archivio/175137 vedi serie storiche) con riguardo agli occupati a tempo indeterminato relativi a quel mese, ci forniscono questa cifra,: 14.549.735 unità.
Ad ottobre 2015, ultimi dati disponibili, stessa fonte, quel numero scende a 14.527.094: ben 22.641 occupati a tempo indeterminato in meno.
Relativamente al lavoro dipendente a tempo determinato, i numeri sono i seguenti: marzo 2015: 2.295.854 unità; ottobre 2015: 2.486.037 unità, cioè 190.183 in più.
Diminuiscono i lavoratori a tempo indeterminato, aumentano quelli a termine.
Il governo si è ben guardato dal riconoscere questo clamoroso fallimento e ha spostato l’attenzione su un altro dato, il tasso di disoccupazione, sceso all’11,5%, e celebrato come il dato più basso da tre anni a questa parte. Ma il governo ha davvero motivo di festeggiare?
Per rispondere, proseguiamo nella nostra brevissima analisi. Abbiamo preso in considerazione i dati relativi al lavoro subordinato, sia a termine che a tempo indeterminato. Mancano ancora, come li definisce l’ISTAT, i “lavoratori indipendenti”, o autonomi. A marzo 2015 erano 5.487.511 e ad ottobre 5.430.084 cioè 57.427 in meno.
Il totale delle persone occupate risulta dunque essere:
- marzo 2015: 14.549.735+2.295.854+5.487.511=22.333.100
- ottobre 2015: 14.527.094+2.486.037+5.430.084=22.443.215
E i disoccupati?
- marzo 2015: 3.152.861
- ottobre 2015: 2.927.043
Nel periodo considerato l’occupazione complessiva è salita di 110.115 unità, i disoccupati invece sono diminuiti di ben 225.818 unità. Il tasso di disoccupazione, che si calcola così:
disoccupati/(occupati+disoccupati)%
passa da marzo ad ottobre dal 12,4% all’11,5%.
Tutto bene allora? Forse no. Per cominciare: dove sono finiti quei 115.000 disoccupati che non hanno trovato impiego e pur tuttavia son spariti dalla contabilità? Beh, è ragionevole pensare che siano andati ad ingrossare le fila di quelli che vengono chiamati “inattivi”, persone in fascia d’età lavorativa 15-64 anni, che addirittura non cercano più il lavoro. Ma quest’informazione, il tasso di disoccupazione, mica ce la fornisce. E non è cosa da poco, perché i “desaparecidos” (115.703) superano addirittura i nuovi occupati (110.115).
Sarebbe tempo che, sia il governo, sia gli organi di informazione, quando trattano di lavoro, prendessero in considerazione e ragionassero su un numerino molto più significativo: il tasso di occupazione, il quale misura il rapporto tra gli occupati e la popolazione potenzialmente attiva, costituita da occupati, disoccupati e inattivi in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni per l’Istat e 20-64 anni per Eurostat):
occupati/(occupati+disoccupati+inattivi)%
Questo tasso, e non quello di disoccupazione, viene preso in considerazione quando si parla di lavoro in Europa. Tant’è che l’Unione Europea, con il piano strategico Europa 2020 http://ec.europa.eu/europe2020/europe-2020-in-a-nutshell/index_it.htm , ha fissato cinque ambiziosi obiettivi in materia di occupazione, innovazione, clima/energia, istruzione e integrazione sociale, da raggiungere entro il 2020. E, con riguardo al lavoro, il target da raggiungere, guarda caso, è proprio il tasso di occupazione che è stato fissato al 75%. Perché è interessante questo numero? Perché ci rivela qual è la percentuale di persone che lavorano sul totale di persone che possono lavorare. Attualmente il tasso di occupazione medio europeo (28 paesi) si attesta al 68% circa.
E qual è il tasso di occupazione in Italia? Ad ottobre 2015 era il 56,3%.
A questo punto vediamo di approfondire un po’ chiedendoci: quante sono le persone che possono lavorare in Italia? Con un semplice calcolo, dati gli occupati e dato il tasso, calcoliamo che la popolazione attiva è costituita da 39.863.615 individui.
Solo 22.443.215 però lavorano effettivamente mentre altri 2.927.043 sono alla ricerca di lavoro.
Il dato sconcertante, dunque, è che ben 14.493.357 italiani un’occupazione non ce l’hanno, non la cercano e vengono accuratamente ignorati dalle statistiche e dall’informazione/propaganda governativa.
Proseguiamo nella nostra analisi e chiediamoci:
- l’obiettivo europeo di un tasso di occupazione del 75% è ragionevole?
- se sì, quanto manca all’Italia per raggiungerlo?
- il tasso di disoccupazione all’11,5% è significativo?
- la risposta al primo quesito è: sicuramente sì. Anzi, quel tasso è già superato da 5 Paesi europei: Svezia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Austria mentre altri 5, tra cui il Regno Unito, ci sono vicinissimi. D’altro canto è perfettamente normale che una persona decida di lavorare qualora sia possibile e conveniente farlo. Anche in Italia, che pur si colloca al quartultimo posto in Europa. L’Alto Adige ad esempio, ( http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_TAXOCCU ) con un 70,7% complessivo è sicuramente sulla buona strada. Il Veneto invece, occupa sì il 73,4% della popolazione maschile attiva, ma solo il 54,7% di quella femminile. La media complessiva si abbassa perciò al 64,1 % evidenziando problemi di accesso al lavoro per le donne non banali; caratteristica tra l’altro che contraddistingue l’intera penisola.
- La riposta è facile. Innanzitutto troviamo quale dovrebbe essere il numero di occupati data la popolazione attiva, 39.863.615, ed il tasso di occupazione al 75%:
39.863.615 x 75% = 29.897.710
Poi sottraiamo da questo numero gli occupati effettivi ad ottobre 2015:
29.897.710 – 22.443.215 = 7.454.495
Questi sono gli occupati che mancano all’appello per raggiungere l’obiettivo del 75%. Questo numero ci rivela anche che, oltre ai 2.927.043 disoccupati attuali noti, vi sono ben 4.527.452 persone fuori da ogni evidenza statistica che potrebbero e dovrebbero lavorare se vi fossero le condizioni ambientali per poterlo fare e che invece non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Ci rendiamo conto di quale potenziale umano si sta sprecando in questo paese?
- Al teerzo quesito la risposta è no, soprattutto alla luce dei ragionamenti condotti finora. Utilizziamo il dato appena trovato, 7.454.495, per indicare i disoccupati e ricalcoliamo il tasso di disoccupazione:
tasso disocc.: 7.454.495 / (22.443.215 + 7.454.495)% = 24,93%
Ecco un tasso di disoccupazione più veritiero e significativo. Come si vede, il sistema Italia ha distanze siderali da percorrere; altro che 11,5% con annessi brindisi e festeggiamenti.
Lascio al lettore un’altra interessante analisi: quella relativa all’occupazione per classi d’età (Tab. 5 delle serie storiche ISTAT). Anticipo solo che i dati sono deprimenti e confermano che per i giovani, ma anche per coloro che, un po’ più maturi, si trovano nella fascia d’età in cui normalmente si mette su famiglia, non c’è scampo.
Infatti, la tendenza generale all’incertezza del lavoro, quando si trova o si vuole creare, colpisce pesantemente proprio loro. Inoltre, mediamente, godono di redditi più bassi, hanno difficoltà ad accedere al credito (es. mutuo per acquisto abitazione o finanziamenti per nuove imprese), andranno in pensione più tardi e con importi risibili rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.
Un quadro occupazionale desolante, insomma, che sommato all’abnorme debito pubblico, all’abbandono di ogni forma, anche blanda, di spending review, alla pressione fiscale folle, all’insostenibilità del sistema pensionistico (che peggiora ulteriormente rispetto al 2014: vedi http://www.globalpensionindex.com/ indice del 2015), alla malagiustizia, al peggioramento palpabile dell’educazione e della formazione, sta avviando rapidamente il paese dov’è giusto e tempo che vada. In malora.
Gianfranco Favaro
Delegazione dei Dieci della Repubblica Veneta
