REFERENDUM, IN VENETO È NO ALLO STATO ITALIANO E SÌ ALL’INDIPENDENZA
Il prossimo 9 dicembre a Treviso grande manifestazione per l’indipendenza del Veneto, a 2 anni e mezzo dalla proclamazione della Repubblica Veneta
Il Referendum costituzionale non poteva restituire un risultato più chiaro. In particolare in Veneto, l’area dove il premier dimissionario Renzi aveva costruito il suo successo nelle elezioni europee, il No esce come una sonante bocciatura non solo per la sua figura e la sua leadership, ma per l’intero stato italiano centralista.
Inutile nasconderlo, il Veneto è entrato in una crisi profonda proprio a causa di una politica di spesa pubblica e di oppressione fiscale che hanno distrutto ogni residua buona volontà, di fare e di intraprendere che hanno sempre caratterizzato questa terra. Anche la richiesta di elezioni anticipate da parte della lega nord e di altri partiti della destra italiana fanno sorridere perché hanno appena concluso una campagna referendaria all’insegna della difesa di una costituzione che ora vorrebbero subito tradire con una elezione diretta del premier che la costituzione da loro invocata non prevede.
In tale scenario appare urgente invece per il Veneto accelerare il proprio percorso per la piena indipendenza. Oggi diventa ancora più urgente dare voce e forma all’unico progetto che possa restituire speranza alla nostra gente, riportando il Veneto nel novero delle nazioni civili, in grado di affrontare e vincere le sfide della modernità in un mondo globale interconnesso. L’erosione della capacità di investimento delle nostre aziende tartassate da uno stato sempre più spendaccione e sempre più esoso ha ridotto al lumicino la nostra propensione all’innovazione, fatto testimoniato da numeri inoppugnabili, quali il numero di lavoratori impiegato in settori ad alta tecnologia, il 2,7% sulla totale forza lavoro (Eurostat, 2015), spese per investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al pil, 1,1% (Eurostat, 2013), numero di brevetti registrati all’Ufficio Europeo Brevetti (EPO), 3,9 per milione di abitanti (Eurostat, 2012). Tutti numeri che ci pongono in una fascia bassa, di serie B, rispetto alle regione europee nostre vicine e in grande svantaggio competitivo.
La via per ritornare ad eccellere è quindi solo una, conquistare la nostra piena indipendenza grazie al progetto moderno ideato da Plebiscito.eu, l’organizzazione che ha saputo portare la questione veneta all’attenzione del mondo intero a marzo 2014 grazie al referendum digitale di indipendenza del Veneto, proprio nel momento in cui partiva la disastrosa esperienza di governo Renzi.
Ripartiamo da lì, l’appuntamento per mostrare la nostra voce di libertà è già fissato per il prossimo venerdì 9 dicembre a Treviso, in piazza dei Signori alle 19.30, nello stesso punto dove è stata solennemente proclamata l’indipendenza del Veneto 2 anni e mezzo or sono.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
VENETO RIBELLATI. 9 DICEMBRE A TREVISO.
Veneto Revolution: mobilitazione generale il 9 dicembre a Treviso. Ribelliamoci, è partita una nuova repressione contro i Veneti. Pagare le tasse a uno stato ladro è immorale
- Quando: 9 dicembre ore 19.30
- Dove: Piazza dei Signori, Treviso
- Chi: tutti, portiamo quante più persone possibile
Passaparola!
Locandina da stampare e distribuire
(disponibile anche in formato pdf per la stampa):
Link all’Articolo pubblicato dal Serenissima Post:
PAGARE LE TASSE A UNO STATO DELINQUENZIALE È PROFONDAMENTE IMMORALE
In questi giorni è balzato alle cronache l’ennesimo atto di repressione della (in)giustizia italiana verso alcuni cittadini veneti, che a dire dei magistrati inquirenti sarebbero rei di incitare “i contribuenti a non pagare le tasse, o a ritardarne il pagamento”.
Se questo fosse veramente il capo di accusa ce ne sarebbe abbastanza affinché tutti i 5 milioni di veneti (e non solo) si autodenuncino come colpevoli, dato che l’oppressione fiscale italiana è odiata in ogni dove. Il problema principale non è tanto nell’avversione al pagamento delle tasse di per sé, quanto al fatto che oramai in ognuno di noi vi è una consapevolezza profonda che il mostro burocratico italiano è ingordo e che quindi alimentarlo con il pagamento delle tasse è profondamente immorale, in quanto si percepisce un senso di collaborazionismo verso l’irresponsabile aumento vertiginoso della spesa pubblica, destinata per la gran parte al finanziamento di politiche di sottosviluppo e di clientelismo destinate a creare meccanismi che non esitiamo a definire di voto di scambio, attuati da tutti i partiti che si sono succeduti al potere a Roma e anche a Venezia.
La lista degli interventi locali finanziati grazie all’intercessione paternalistica del deputato, del senatore, del consigliere regionale è come risaputo infinita e si somma alle grandi manovre centralistiche all’insegna dello “spendi e spandi, tanto paga il pantalone veneto e lombardo”. Tutto ciò deve finire e ci pare che l’azione di terrorismo giudiziario e poliziesco verso i veneti indagati sia solamente l’espressione di un tentativo maldestro di praticare una politica di terrorismo politico verso chi cerca di ribellarsi all’esercizio mafioseggiante del potere, basato sul furto del frutto del nostro lavoro.
Se a ciò si aggiunge il fatto che la gran parte degli imprenditori già adesso fa abbondante pratica della tecnica di ritardo nel pagamento delle tasse come meccanismo “informale” di finanziamento, grazie alla possibilità di pagarle in ritardo con rateazioni che sono simili a tassi di interesse praticati dalle banche per finanziamenti che sarebbero comunque inaccessibili, si capisce come l’azione di questi giorni sia del tutto pretestuosa e non giustificata, quantomeno nei toni e nelle modalità.
Noi non siamo anarchici utopistici, ma nemmeno tifosi entusiasti degli stati para-comunisti che praticano una pressione fiscale reale del 70%, che oltre a contribuire all’aumento indiscriminato della spesa pubblica, opprime la crescita economica, creando le condizioni principali per l’aumento mostruoso del debito pubblico e della sottrazione delle risorse minime necessarie per poter adeguare il nostro sistema economico-produttivo che infatti nei decenni è andato a perdere di competitività rispetto al resto del mondo. Si spiega quindi anche la crisi di produttività che vede tutto lo stato italiano uscire sempre più velocemente dal novero delle nazioni civili del mondo.
Anche se non approviamo molti dei metodi adottati dai veneti indagati e perquisiti (e mai ne abbiamo fatto mistero), va loro la nostra solidarietà perché sono stati oggetto di una repressione ingiustificata. E, soprattutto, perché, in fin dei conti, pagare le tasse a uno stato delinquenziale che peggiora ogni giorno di più, è profondamente ingiusto ed immorale. È come pagare una sorta di riscatto a un delinquente.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
ITALIA AL CROCEVIA TRA REGIME AUTOCRATICO E LA RESPONSABILIZZAZIONE ECONOMICA INNESCATA DALL’INDIPENDENZA DEL VENETO
La scarsa crescita della produttività italiana rivela la presenza di gravi e sostanziali fattori di sottosviluppo che non lasciano più spazio a ipotesi di riforme utopistiche o parziali, si avvicina sempre più il tempo delle scelte drastiche
Alesina e Giavazzi oggi analizzano la scarsa produttività oraria delle aziende italiane, che nell’ultimo ventennio con una crescita del 5% è la più bassa tra i Paesi più sviluppati in tutto l’occidente, addirittura 8 volte inferiore rispetto al 40% di crescita negli Stati Uniti che pure considerano il dato esemplificativo di una “stagnazione secolare”.
Le cause principali secondo gli autorevoli economisti sono da rilevarsi in particolare: nella piccola dimensione delle aziende italiane, nell’eccessiva quota di proprietà familiare delle imprese unita alla scarsa presenza di management esterno alle famiglie, uno scarso ricambio dovuto alla non uscita dal mercato delle aziende meno competitive troppo protette dallo stato e un eccessivo affidamento a pratiche di clientelismo e protezionismo da parte del settore pubblico, allo scarso tasso di innovazione e di adozione di tecnologie informatiche, alla minore scolarizzazione del capitale umano delle aziende, in particolare nei settori tecnici e scientifici.
Condividiamo in pieno tale analisi e consideriamo deleteria l’influenza in generale del settore pubblico nell’economia e nella vita delle imprese, aiutata dalle associazioni di categoria che giocano un pessimo ruolo nel chiedere spesso “aiuti” di stato alle aziende e tassi di protezione dalla concorrenza, in particolare in ambito internazionale.
Il Veneto non sfugge a tale fenomeno, anzi lo incarna alla perfezione ripercorrendo perfettamente le principali ragioni che hanno condannato l’Italia a un degrado economico ormai più che ventennale.
Ad esempio, in Veneto solo il 2,7% della forza lavoro attiva è impiegata in settori ad alta tecnologia e si investe solo l’1,1% del pil in ricerca e sviluppo, mentre i brevetti ad alta tecnologia registrati all’EPO (Ufficio Europeo Brevetti) sono solo 3,9 ogni milione di abitanti (dati Eurostat).
Sono questi i veri fenomeni che oggi spiegano più in generale la crisi economica italiana, ulteriormente aggravato da un sistema finanziario eccessivamente, se non esclusivamente dipendente dal sistema bancario, con le uniche eccezioni del capitalismo di famiglia che ha creato più danni e storture che non benefici, in primis nel privilegiare una cultura provinciale che favorisce il clientelismo il solo capitalismo relazionale dei salotti buoni ormai sempre più di residuale importanza nel mondo globale.
Il risultato è che se si vanno a mappare in Europa le nuove aziende innovative che hanno ricevuto apporti di finanziamento da capitali di rischio privati, si vede un desolante buco proprio nella penisola italica che sta imboccando a grande velocità la strada di ingresso nel mondo del sottosviluppo proprio quando i Paesi più evoluti stanno invece accelerando la propria capacità competitiva nel panorama globale sempre più interconnesso.
Il tempo per le riforme auspicate da Alesina e Giavazzi a nostro avviso si è concluso da un po’ e oramai resta lo spazio solo per un paio di alternative con sempre minori toni di grigio:
- Una improbabile capacità e volontà politica di eliminare il fardello finanziario costituito dal debito pubblico e dalla contemporanea scarsa competitività del settore privato, che culmini in politiche shock quali ad esempio il licenziamento di un milione di dipendenti pubblici, smagrendo il peso dello stato e contemporaneamente la drastica riduzione della pressione fiscale sulle imprese (oltre ad altri interventi nel mercato del lavoro, nelle politiche di incentivazione dell’innovazione e nell’adeguamento del sistema finanziario, creditizio e previdenziale).
- La responsabilizzazione finanziaria territoriale, con l’eliminazione dei fenomeni di clientelismo e parassitismo a cominciare dalle aree con maggiore possibilità di intervento, quali sono le regioni con residuo fiscale attivo (Veneto e Lombardia in primis). Ciò richiede una maggiore capacità decisionale sulle politiche sia di indirizzo sia di pianificazione dei territori che va in direzione opposta alla prima alternativa e che in pratica è raggiungibile solo con trattative dirette sulla ripartizione del debito pubblico tra regioni e stato che seguano processi di autodeterminazione e indipendenza territoriale, gli unici percorsi possibili che possano prescindere da blocchi costituzionali interni.
La prima alternativa richiede la contemporanea presenza di una presunta classe dirigente che sia preparata e pronta allo scopo e che possa godere di mano libera politica per attuare una riforma da lacrime e sangue. Si tratta di un percorso che chiamerei di tipo “cileno” (con riferimento a Pinochet), con una forma autocratica di potere che attraverso un rigido controllo poliziesco dei gruppi di opposizione politica e sociale sia nel parlamento sia nel territorio, consenta a un ipotetico governo di “illuminati” di apportare le necessarie “riforme”. Credo che onestamente sia poco probabile sotto ogni punto di vista: l’inesistenza di una classe dirigente preparata allo scopo che si presti a un’operazione tanto estrema, l’incapacità strutturale da parte dello stato di involversi in una forma tremendamente antidemocratica, la mancanza generale in qualsiasi ambito della volontà politica di portare avanti un programma drastico di tale portata.
La seconda alternativa non è certamente una semplice discesa, in quanto richiede l’emancipazione politica delle aree economicamente più avanzate del Paese, che d’altro canto vedono sempre più ridursi lo spazio temporale nel quale possono ambire a restare parte della sfera economico-produttiva più evoluta in Europa e nel mondo e che nel contempo sono ormai intaccate a loro volta nell’avanzare del degrado, una sorta di mele ormai con sempre più macchie nere nella cassetta italiana di mele marce. Nel contempo restano altrettanto ambiziosa la sfida della creazione di una classe dirigente locale adeguata e preparata, in grado di assumersi le responsabilità che derivano dal portare a compimento un progetto di libertà che non può prescindere da conoscenza e consapevolezza della complessità del sistema globale interconnesso nel quale i territori emancipati dovranno saper recitare un ruolo da protagonisti. Il Veneto è senz’altro la regione più avanti in tale prospettiva, se saprà affrancarsi da lega e isolazionisti e dare forma a una propria classe dirigente indipendentista europea.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu
BREXIT, TRUMP, NAZIONALISMI EUROPEI: È TUTTA COLPA DI SCHUMPETER
Le grandi incertezze nel quadro politico globale derivano dai grandi cambiamenti economici che hanno accelerato il fenomeno della distruzione creativa teorizzato dall’economista austriaco.
Joseph Alois Schumpeter è stato uno dei più importanti studiosi di economia del secolo scorso e in particolare la sua opera ha saputo descrivere in modo inedito i fenomeni di innovazione industriale, che creano onde disruptive, andando oltre i modelli statici che mal si adattavano all’interpretazione del grande progresso tecnologico che ha caratterizzato le nostre società a partire dalla fine dell’ottocento.
In particolare nella seconda parte della sua vita egli ha iniziato a teorizzare che proprio a causa del proprio successo il capitalismo sarebbe andato incontro a un suo inevitabile declino.
Il fenomeno ha trovato ancora maggiore accelerazione dai fenomeni di globalizzazione economica, che hanno amplificato la portata del cambiamento innescata dal progresso tecnologico. È proprio la distruzione creativa dell’imprenditore globale che ha radicalmente messo in crisi i valori dei regimi politici preesistenti, anche quando essi sono relativamente giovani, ma in quanto portatori del “vecchio pensiero”. Anche governi che vantano pochi anni di vita diventano quindi equiparati agli all’ancien régime che richiedeva decenni, se non secoli per essere abbattuto nelle fasi storiche precedenti.
La naturale predisposizione delle élite al potere è di difesa dei valori di stabilità e non riesce ad interpretare i paradigmi del cambiamento, necessari per affrontare le nuove fasi inedite di sviluppo umano generate dalla distruzione dei modelli economici (e politico-sociali) che restano come defunti sul campo di battaglia. Ciò vale tanto a livello economico, dove assistiamo alla difficoltà delle vecchie classi dirigenti di affrontare le sfide del cambiamento perenne, a causa della proprie inevitabile mentalità burocratica, tendente all’immobilismo dei manager. Ma vale anche a livello politico-sociale, dove le classi dirigenti pur giovani si trovano rapidamente spiazzate da nuovi trend comunicativi anche quando essi appaiono contraddittori.
Ciò spiega anche perché nelle società economicamente sviluppate tendano ad affermarsi con sempre più frequenza nicchie sempre più importanti di difesa di valori contrari allo sviluppo capitalistico, ponendolo sempre più a rischio. Tali nicchie divengono spesso maggioranze relative nelle società, a fronte della passività e immobilismo delle vecchie classi dirigenti. A destra dello specchio politico esse si rifanno a concetti di isolazionismo economico e di contrasto ai fenomeni della globalizzazione economica e dell’interconnessione culturale. A sinistra invece esse sposano più retoriche di contrasto al progresso tecnologico e al libero scambio. L’effetto combinato è la vittoria delle campagne Brexit e di Trump, che ora si apprestano a fare i conti a loro volta con la nuova cresta dell’onda che nel frattempo è già ripartita e che potrebbe ora chiamarsi #Calexit, o secessioni transatlantiche, con l’indipendenza delle regioni più ricche e produttive, che si sottraggono all’abbraccio assistenzialistico delle parti sociali tagliate fuori dal ciclo economico-produttivo.
La risposta corretta a tali fenomeni non è quindi un impossibile ritorno al passato di carattere autarchico, magari condito da ubriacature neo-keynesiane mascherate, ma risiede al contrario nella capacità di delineare società che sappiano rimettere in circolo la maggiore ricchezza che deriva dal maggiore sviluppo economico delle aree più innovative in un mondo che è già tecnologicamente iperconnesso a livello globale oltre il punto di non ritorno.
Gianluca Busato
Presidente – Plebiscito.eu





